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Martedì 16 giugno è stato riaperto il teatro Bonci, come tutti i teatri gestiti dal ERT – Emilia-Romagna Teatro Fondazione. L’ultimo spettacolo messo in scena prima del lockdown è stato il “Concorso europeo della canzone filosofica”, un modo di parodiare festival canori televisivi (vedi Eurovision Song Contest). Uno spettacolo contemporaneo, raccontare l’Europa attraverso i testi di filosofi contemporanei , dimostrando che il teatro non è solo tragedie e commedie classiche. L’obiettivo di Furlan è quello di riportare il pensiero – filosofico in questo caso – all’interno dell’intrattenimento attraverso uno strumento trasversale, comunicativo e sempre attuale: la musica. Lo spettacolo era organizzato proprio come se fosse un talent: presentatori, band dal vivo, cantanti di diverse nazionalità, una giuria di valore assoluto munita di palette con voti composta da Michela Murgia, Daniele Silvestri, Marino Sinibaldi (direttore RaiRadio3), Stefano Bonaga (filosofo) e Loredana Lipperini (presidente di giuria e scrittrice e conduttrice). Assistendo a ”Concorso europeo della canzone filosofica” ho pensato: “Voglio essere come Massimo Furlan”, produttore, regista e conduttore di questo particolare contest. Furlan è svizzero, non proprio un cittadino europeo, e già questo è un paradosso visto che costruisce uno spettacolo parodistico sull’Europa. Come minimo, si sta facendo beffe di noi nel senso di cittadini europei. Beffa o non beffa, Furlan ha messo in moto una vera e propria macchina di creatività e collaborazione tra Stati e persone creando un ponte, collegando due strade parallele che faticano ad incontrarsi, tra linguaggio filosofico e attualità, che pop!

L’ultima messa in scena è stata il 23 febbraio: la data è emblematica, perché dimostra come il teatro – e il resto del comparto culturale e di spettacolo – sia stato interrotto con anticipo rispetto al lockdown nazionale successivo di un paio di settimane. I luoghi della cultura e dello spettacolo sono stati tra i primi a chiudere, arrestando così il lavoro di centinaia di migliaia di lavoratori dello spettacolo appunto, e tra gli ultimi a riaprire. E adesso, come a dimostrare che sia iniziata davvero la fase 3, stanno riaprendo, con cautela e disorientamento, i teatri.

Arrivati davanti al teatro, sul portone principale c’era un cartello bianco in A4 che recitava, all’incirca “L’ingresso è dalla porta di carico e scarico del materiale di scenografia” e a seguire altri diversi cartelli che indicavano di percorrere il perimetro del teatro. Sul retro, vediamo il portone aperto: una scena rara, vedere il retro del palco e avere la prospettiva sulla platea e sugli spalti, come se gli attori, per una volta, fossimo noi.
Tutti i posti sono numerati, come sempre, ma le sedie, di legno, sono distanziate e legate tra loro con un nastro giallo e nero.
Sedersi ed ascoltare, sulle travi di legno di un palcoscenico è stato un privilegio, una grande opportunità. Non capita tutti i giorni di avere la prospettiva di un attore. È stata una grande opportunità sia per la possibilità di avere di fronte platea e galleria del teatro Bonci, architettonicamente stupende, che per quella di battere i nostri passi su un pavimento che per mesi è mancato come l’aria ad attori, registi, tecnici, a tutti i lavoratori dello spettacolo.
Claudio Longhi, il direttore, ha scelto di riaprire di martedì, perchè il lunedì, storicamente, è giorno di festa per i lavoratori del teatro. Un gesto di normalità o, forse, di normalizzazione.
L’intervento di Longhi è un enorme interrogarsi sul teatro, sulle sue funzioni, sul suo essere bene comune, del resto come tutta la cultura. Ha cercato similitudini nella storia, parlando delle visioni negli anni ‘40 di Paolo Grassi e Giorgio Strehler di un teatro che deve essere considerato utile, come un servizio pubblico al pari della metro, dei mezzi di trasporto; dell’antropologia letta con il teatro di Victor Turner e, soprattutto, si è interrogato sul futuro, sulla necessità di parlare di sostenibilità di tutto il comparto culturale, non solo teatrale, soprattutto attraverso il riconoscimento di uno statuto dei lavoratori dello spettacolo. 
In questo periodo storico, in cui la sensazione generale è quella di essersi persi tra gli eventi e di dover capire come riappropriarsi della normalità, il teatro, come luogo e concetto, ha la possibilità di rivestire un ruolo essenziale: il teatro può essere il luogo dove la comunità si pone delle domande rispetto ai problemi che la riguardano, lo strumento con cui pensa a se stessa e trova delle soluzioni. Il senso è che il teatro in questo momento può prendere la forma e il ruolo di ciò che è necessario per la comunità, come ha sempre fatto nella propria evoluzione storica.  


Lo stato di emergenza mondiale ha generato comunità? Responsabilità? Sicuramente l’idea per cui il comportamento di ogni persona avrebbe potuto incidere positivamente o negativamente sulla comunità ha portato a farci riflettere sul concetto stesso di comunità, su cosa sia, sul far parte di una comunità. Ci ha posto di fronte all’evidenza che una disattenzione in un angolo del mondo può raggiungere, con tutte le sue conseguenze, la parte opposta dello stesso: siamo in qualche forma tutti collegati, tutti una comunità. Il teatro, il palcoscenico oggi hanno la possibilità di diventare uno spazio dove far vivere l’attualità, dove riflettere su quanto accade, esattamente come ha scelto di fare Furlan.
Il palcoscenico come luogo per parlare di presente ed immaginare il futuro.

Maria Rafaschieri, Danilo Buonora

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