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Intervista Ottavia Piccolo

Al Teatro Bonci di Cesena, dal 5 all’8 dicembre 2019, lo spettacolo di Stefano Massini “Occident Express” (Haifa è nata per star ferma)” che mette in scena una storia vera, un incredibile viaggio di due donne alla ricerca di una vita migliore. Noi di Uniradio siamo andati dietro le quinte per fare due domande ad una delle attrici: Ottavia Piccolo, attrice con alle spalle una carriera tra le più importanti, ormai parte della storia del mondo dello spettacolo italiano, ma non solo.


Uniradio: Buonasera, sono qui per conto di Uniradio, è possibile farle qualche domanda?
Ottavia Piccolo: Certamente, con piacere.
Uniradio: La prima domanda che vorrei fare riguarda il ruolo dell’attore; che ruolo sociale darebbe lei al mestiere di attore rispetto sia a quando ha iniziato sia rispetto a oggi?
Ottavia Piccolo: Allora, partirei raccontando la mia storia professionale; non mi piace dire carriera perché è una parola che non mi piace. Penso che in teatro soprattutto, non esista carriera, una carriera presuppone un punto di arrivo oltre al quale non si può arrivare. Il mio mestiere è fatto di sfide continue, di cose sempre nuove da imparare, di cose sempre nuove da fare. Penso che il teatro sia una esigenza degli esseri umani, nel senso che il raccontare storie ad un pubblico che ascolta è una tradizione millenaria, già presente in Omero con gli Aedi; anche se lì si parlava di storie più mitologiche che terrene, pian piano si è arrivati ad avere umani che si raccontano ad altri esseri umani. Il racconto del rapporto che l’essere umano ha con il potere, con la divinità, con gli altri esseri umani, con la guerra, con l’amore, con tutto quello che succede diventa per il pubblico un modo per trasferire le sue ansie o angosce, per sentirsi meno solo con i propri sentimenti, per imparare qualcosa dalle esperienze altrui.


Uniradio: Un teatro essenzialmente catartico quindi?
Ottavia Piccolo: Si, così è nato all’inizio. Trovo che oggi non abbiamo più bisogno della catarsi, ma abbiamo bisogno di approfondire insieme certi temi e forse il teatro può fare questo. Da un po’ di anni soprattutto io, un po’ per caso, un po’ perché avendo una storia di teatro e cinema piuttosto lunga, mi sono un po’ scocciata di seguire dei progetti quasi per imposizione. Mi sono presa sulle spalle le mie scelte e ritrovata a fare delle cose che riguardano il mondo che mi sta attorno, quindi testi di autori contemporanei che affrontano argomenti di tutti i giorni. In questo senso penso che l’attore possa essere un tramite per parlare di certe cose.
Lo spettacolo che sto facendo ora si chiama Occident Express è una storia, tra l’altro vera, di una donna che, partendo dall’Iraq è arrivata a Stoccolma, facendo 5000 chilometri a piedi per salvarsi e salvare la sua nipotina di quattro anni, anche se non sappiamo come le vite delle protagoniste siano andate avanti una volta arrivate. Sebbene mi abbiano detto quanto il nostro spettacolo sia emotivamente coinvolgente, a me non basta questo: vorrei che la gente, uscendo dal nostro lavoro riflettesse sull’opinione che ha riguardo gli immigrati che giornalmente vede nella sua città. Ecco, anche se un solo spettatore dopo il nostro lavoro smettesse di vedere quelle che sono delle persone come un problema, allora sarei soddisfatta del mio mestiere.
Certo io poi non voglio cambiare il mondo, il teatro non ha mai cambiato il mondo però forse può essere uno stimolo, e tornando alla domanda originale, gli attori possono avere un ruolo certamente. Nella storia lo hanno avuto anche in modo più forte che non oggi, però io non dispero, perché anche il cinema o la televisione aiutano a guardare il mondo e gli attori sono parte di questo meccanismo.


Uniradio: Volevo chiederle anche riguardo dello spettacolo al Bonci, ma mi ha anticipato. Sono andata a guardarmi la distanza e la portata di quel viaggio a piedi ed è stato sinceramente sconvolgente.
Ottavia Piccolo: Ma infatti, quando Stefano Massini, con il quale collaboro da tredici anni mi ha fatto leggere questa sua ballata, questa specie di racconto di Haifa, che è un nome di fantasia dato dallo stesso Stefano Massini, ho pensato che è una storia che non solo ci fa capire che le persone che si muovono dal loro paese, qualunque esso sia, semplicemente cercano una vita migliore, ma mi ha anche colpito quanto questo racconto potesse in qualche modo rispecchiare quello di una qualsiasi delle donne italiane che nell’ottocento o nei primi del novecento si sono mosse dal loro paese e sono andate da un’altra parte, dalla Sicilia all’America, dal Friuli all’Australia e così via.
Gli italiani che si sono mossi sono stati milioni e questo ce lo dimentichiamo totalmente, ergo se vogliamo questo spettacolo è anche un omaggio alla forza di queste persone e queste donne. Non perché gli uomini non soffrano o non abbiano gli stessi problemi in casi del genere, ma in genere sono le donne che poi continuano una quasi impossibile normalità, quando si vedono queste distese di tende, accampamenti, se si va a guardare un po’ più da vicino c’è sempre una donna, seduta con dei bambini che sta cercando di tenere una parvenza di casa, di famiglia, forse per la natura stessa delle donne.
Penso che la forza del racconto derivi anche dal fatto che chi parla è una voce femminile, una voce di una anziana, che come dice il sottotitolo era “nata per stare ferma”, che mai avrebbe pensato di muoversi dal suo paese verso un mondo che, prima di quel viaggio, non aveva idea di cosa celasse. Nonostante il teatro non sia certamente fatto di temi impegnati, questo è quello che ora mi interessa e avendo 70 anni non penso cambierò idea.


Uniradio: Ma quindi, anche rispetto alla sua carriera, sono sullo stesso piano il teatro e, per dirne una, il cinema? Preferisce uno spettacolo teatrale dal vivo in cui l’artista ha un rapporto diretto rispetto ad un cinema, dove però compensano degli effetti e scenografie molto più d’impatto?
Ottavia Piccolo: Lo spettacolo dal vivo ha qualcosa in più che nessun altro tipo di strumento può dare, quegli altri strumenti possono dare altre cose ma quel faccia a faccia, quel fatto che se tu non sei in platea non ha senso che io faccia lo spettacolo, questo rapporto attore-performer è un valore aggiunto che nessuna innovazione tecnologica sarà mai in grado di portare via; per questo i teatri sono ancora pieni, la gente ha ancora voglia di condividere le proprie emozioni mentre assiste ad uno spettacolo ed è questo che rende l’esperienza completamente diversa.


Uniradio: Grazie mille per il suo tempo e le sue belle parole. Arrivederci e buono spettacolo!
Ottavia Piccolo: È stato un piacere, grazie mille!


Francesca Franchin

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