Tutte le metodologie hanno i loro limiti di applicazione e l'unica "regola" che sopravvive è…
Se ne leggono tante di descrizioni su di lui. Roberto Mercadini ha coniato l’espressione “poeta parlante” per definire la sua attività di autore e performer; o anche Roberto Mercadini è interessato al legame scrittura-oralità e alla ricerca di mezzi alternativi per la diffusione della poesia; e ancora Roberto Mercadini è uno che non racconta solo storie ma la Storia. Non c’è niente da fare, personalmente mi hanno conquistato i versi che egli stesso ha messo su per farci entrare nel suo mondo caotico e poetico:
“Sono un poeta, un monologhista e un narratore. Io recito poesie. Ma prima recito monologhi sulle poesie che recito. Io racconto storie. Ma dopo racconto storie sulle storie che racconto. E sembro tutto tranne un poeta. Dicono. Io, dicono, sono molte cose diverse tutte assieme. Può darsi. A me, comunque, piacciono molto le cose che sono molte cose diverse tutte assieme”.
Visto che noi di Uniradio quando siamo conquistati da qualcosa, dobbiamo assolutamente farci i conti, abbiamo colto al volo l’occasione di un’intervista al Mercadini in carne ed ossa durante la presentazione del suo ultimo libro, che essendo intitolato “I misteri di Cesena” non poteva non scegliere come tappa privilegiata le sale della Biblioteca Malatestiana.
Lei si definisce un poeta, un monologhista e un narratore. Eppure ha una laurea in ingegneria. In che modo ha scoperto il suo angolo letterario partendo da una formazione scientifica, e quindi da un mondo così apparentemente diverso?
La formazione scientifica non è arrivata per prima. Quando ero adolescente ero rapito dalla poesia: a 16 anni leggevo un poema di Majakovskij chiamato “La nuvola in pantaloni”. Tutti i giorni, almeno una volta al giorno e per intero, e mi immaginavo come sarebbe stato recitato da un attore. Quando un amico mi ha prestato il disco in cui un attore, Carmelo Bene, recitava questo poema, ho messo sul piatto il vinile e sono rimasto fulminato, perchè era ancora più bello e potente di quello che avevo immaginato fantasticando. Quando però ho finito il liceo e ho dovuto scegliere cosa fare, essendo una persona prudente o pavida, a seconda di come si vogliono vedere le cose, ho scelto una cosa che poteva darmi un lavoro certo…quindi in quel caso non ho scelto la passione ma la prudenza. Tuttociò fino a quando alla soglia dei quarant’anni, con un lavoro sicuro e uno stipendio fisso, ho lasciato tutto per dedicarmi all’arte. Insomma esattamente al di fuori di ogni luogo comune.
Lei è da considerarsi come l’iniziatore di questo nuovo mestiere che definisce “poeta parlante”, ciò può essere visto come una scelta anacronistica e controcorrente. Pensa che, con i tempi che corrono e con la società in cui viviamo, valga ancora la pena seguire le proprie inclinazioni e battersi per i propri sogni nel cassetto?
Si, vale la pena essere felici. In uno dei miei monologhi parlo di una “felicità per negati”. Il termine felicità deriva dal greco “felix” che prima di essere un termine psicologico era semplicemente un termine agricolo. Nel significato originario del vocabolo un albero felice è un albero che dà molto frutto. Io penso che la felicità sia questo: riuscire ad esprimere quello che è la nostra essenza, compiersi. Quindi non è non avere problemi o non dover affrontare le difficoltà ma è questo fare, dare, esprimendo se stessi. Io penso che lo scopo della vita sia tentare di essere felici, di compiersi e diventare ciò che si è.
A proposito dei suoi monologhi, in essi ha sempre affrontato temi inusuali o comunque accessibili ad un pubblico di nicchia: del tipo l’origine della filosofia, la Bibbia ebraica, la resistenza partigiana, la vita di Mazzini. Come riesce a coinvolgere tutti, dai giovani e ai meno giovani, nonostante questi contenuti “poco commerciali”?
In realtà in una parte dei monologhi ho scelto io il tema, mentre altri mi sono stati commissionati. Già, io lavoro su commissione come nel Cinquecento. Penso di riuscire a coinvolgere le persone perchè mi meraviglio. Parto dalla mia ignoranza, mi informo, studio e immancabilmente trovo delle cose che mi meravigliano. Secondo me la meraviglia è quella cosa che sta dietro la patina superficiale della normalità: tutto il mondo è fatto di stupore, di meraviglia e di qualcosa che ti spiazzi, c’è solo un’apparenza di normalità e di banalità nelle cose. Allora quando ti meravigli riesci ad essere fonte di meraviglia e credo che in questo aiuti il fatto che io non sia un attore nel senso proprio del termine, non ho fatto l’Accademia per cui mi mancano delle competenze tecniche specifiche. Però questo flusso di parole intrise di stupore, di meraviglia, di gioia che escono fuori a volte in modo poco elegante forse coinvolgono un bel po’. E poi io ci metto sempre l’ironia perchè secondo me la comicità è un mezzo potente di comunicare. Io la uso come mezzo e non come un fine: non racconto una cosa affinchè faccia ridere, prendo una cosa e tento di raccontarla in un modo che riesca a far ridere perchè se la racconto in quel modo lì è efficace, rimane in testa. E poi la risata è una delle forme di meraviglia.
Lei sicuramente è un esponente della cultura. Uniradio è un mondo che nasce da studenti universitari. Che cosa ne pensa del ruolo dell’ università oggi nella formazione culturale e non solo dei giovani? Non me la sento di dare un giudizio, perchè non ho una visione d’insieme a riguardo. Comunque l’università per me è un fatto positivo, anche se poi ho fatto una scuola che non ha niente a che fare con quello che faccio adesso. In realtà è stato formativo, laureandomi in ingegneria ho dovuto assumere un modo di pensare, un ordine mentale molto rigoroso e forse questo mi aiuta quando mi confronto con un monologo e devo costruire la drammaturgia . Perchè se riesci a costruire una narrazione ordinata, dove le cose sono consequenziali e ogni elemento ha un ruolo preciso, è più facile da ricordare per l’ attore e da seguire per l’ascoltatore.
Lei cura un canale youtube, per cui si serve anche dei social network per diffondere la propria arte. A tal proposito, cosa pensa del ruolo dei social network in riferimento alla cultura: qualcuno sostiene che ammazzino la cultura, immagino che lei non sia d’accordo. Internet è un mezzo straordinario. Quando io ero giovane e non avevo internet, ascoltavo un disco di musica etnica e leggendo sulla copertina l’elenco degli strumenti ad un certo punto c’era scritto che il musicista suonava l’ud. Io non avevo idea di cosa fosse l’ud e non avevo modo di saperlo. Oggi vai su youtube, digiti ud e ti vengono fuori cento video nei quali vedi cosa è l’ud, la storia dell’ud, come si costruisce un ud…è fantastico! Io credo che se non esistesse internet, probabilmente non potrei fare il mio attuale lavoro, perchè io che costruisco monologhi anche su commissione usufruisco dei dati che sono in rete, poi certo vado a verificarli, ad approfondire, leggo libri. Però da una parte è chiaro, fa emergere tutta una parte di stupidità umana che altrimenti resterebbe relegata nei bar.
Per concludere, lei preferisce essere un poeta parlante o scrivere? La gioia più grande è stare sul palco e recitare poesie, non è finito quello che ho fatto finchè non lo recito. Poi è bello scrivere, ma è una fase per me – intromissione dell’ intervistatrice stalker – una volta ha detto che per lei la poesia è la realtà, che significa?
E’ una cosa che ho detto quando ero più giovane. Come spiegare? Noi abbiamo comunemente una visione della realtà come se fosse coperta da una patina, che è la patina della normalità e della banalità, che però è solo un’illusione e la poesia è quel qualcosa che toglie quella patina di normalità illusoria, scuote dal torpore e ci mostra le cose nella loro verità, nella loro meraviglia. Per esempio, quando è nata mia figlia io e mia moglie la guardavamo e non riuscivamo a capacitarci del fatto che lei fosse dentro la sua pancia, eppure non c’è niente di più naturale. E’ come se noi avessimo una visione del mondo affetta da una specie di narcosi per cui di fronte alla nascita, alla vita come alla morte, ci sentiamo destabilizzati. Ma che razza di visione è la nostre se quello che è più normale come la nascita e la morte ci sembra assurdo e strano?! Allora è una visione del mondo che è fallace. E invece la poesia ti racconta le cose in modo da aprirti gli occhi, ti provoca un piccolo squarcio in questo diaframma, ti fa toccare la verità, la vita vera e questo può essere elettrizzante o traumatico o commovente, perchè per un momento te la fa toccare. Ti sposta la mente, te la scuote da questo torpore e in questo senso la poesia è la realtà.
Cosa altro aggiunger? Immagino che ora sia chiaro a tutti il senso del suo autodefinirsi “poeta parlante”….
Laura De Riso
Roberto Mercadini sarà ospite nel corso di TEDx Cesena del 18 febbraio.


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