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Il teatro è vivo. 

Ed è per questo che ha bisogno di cura e di rispetto, come chiede la rete lavorat* spettacolo cultura. Si provano a immaginare modelli virtuosi, sostenibili e fondati su pratiche collaborative dal basso, garantendo dignità a chi lavora nel teatro e nella cultura. E’ stato un anno di grande riflessione e di manifestazioni di volontà di cambiamento da parte del mondo dei lavoratori dello spettacolo. Per causa della pandemia, questo settore è stato costretto a fermarsi per lungo tempo. Tuttavia, il principio rimane sempre lo stesso: il teatro è vivo e seppur per ogni ingranaggio di questa grande macchina non sia stato più possibile dare espressione alle proprie competenze (artistiche, pratiche, di scrittura…) la mente, col suo pensiero, non si è arrestata. Le chiusure dei teatri, ed in generale lo stop del mondo dello spettacolo, ha trovato il suo risvolto in un’accesa riflessione sulle lacune e sulle molte problematiche interne al settore. Si chiede a gran voce una riforma strutturale che possa rendere i lavoratori dello spettacolo uguali, per condizione, diritti e tutela, a tutti gli altri. L’attenzione, in particolare, viene posta sul tempo: il tempo passato a studiare, leggere, ricercare, informarsi (passaggi fondamentali per il lavoro di un artista) deve essere a tutti gli effetti riconosciuto come tempo di lavoro e quindi retribuito.
Risulta chiaro che quello che sia realmente necessario fare è mettere in atto un’evoluzione del pensiero.

Il teatro è vivo.

Si avverte la nostra emozione di poter stare di nuovo in fila per entrare a teatro, come non accadeva da tempo. Rimane fissa nella nostra mente l’immagine della piazza piena di gente, lì in attesa di varcare la soglia del teatro dopo quasi un anno di lunga attesa. La sensazione, a pelle, è bellissima ed è quasi possibile paragonarla a quella di quando si rivive un vecchio ricordo. Un po’ con quella sensazione di disagio di ritrovarsi in tra molta gente, ben vestiti, per poter godere della magia del teatro. E’ curioso immaginare come ognuna di quelle persone si sia preparata a quel momento: “oggi metto la giacca buona e vado a teatro”, “chissà che sensazione proverò appena sarò seduta sulla poltrona della galleria!”, “chissà come sarà lasciarsi di nuovo emozionare dalle parole recitate e ascoltate dal vivo”.

L’ultimo spettacolo messo in scena al Teatro Bonci fu Concorso europeo della canzone filosofica (abbiamo già raccontato di questo in un articolo scritto da queste stesse quattro mani) e tornammo al Bonci 11 mesi fa per ascoltare l’ex direttore di ERT, Claudio Longhi, interrogarsi sul futuro del teatro. Allora non si sapeva come l’inverno si sarebbe evoluto ma era chiara la voglia di trasformare l’idea comune di teatro da mero luogo di esibizione artistica in bene comune. Ed in un periodo di forte scombussolamento sociale per causa della pandemia questa è stata sicuramente una grande visione. Il senso del discorso di Longhi, infatti, si può riassumere nell’idea per cui il teatro può assumere il ruolo di ciò che è necessario per la comunità. Svagare, informare, emozionare, rendere consapevoli, turbare, tranquillizzare, far riflettere. Il teatro è vivo anche per questo. Ha uno sguardo diretto al contesto, al periodo. E’ fortemente e intensamente attaccato alla realtà. Più che mai in questo periodo di ripresa dalla pandemia possiamo trovare rifugio e ispirazione all’interno del teatro.

Il teatro è vivo.

E il teatro Bonci di Cesena si mostra vivo con la prima assoluta di “Enigma – Requiem per Pinocchio” del Teatro Valdoca. Il tracciato è la morte o, meglio, la non vita del burattino, che diventa uomo e donna, diventa inanimato e ballerino. E nonostante un requiem sia inevitabilmente un racconto verso la morte, questo spettacolo è orientato al futuro, a un uso del teatro, del proscenio e del palcoscenico trasformato dalle contingenze.
La scenografia è povera e piena di simboli. I costumi sono bianchi, neri, inesistenti, sono corpi che hanno vita e voce o che perdono vita e voce. Enigma è, in realtà, un inno a lottare. Un elogio alla ribellione degli schemi della tradizione, mescolando simboli e tecniche, richiamando e denigrando l’ interiorizzato senso dell’abbecedario, del controllo, delle norme e della perdita.
E, a volte, ci si perde nei movimenti, nei tanti e diversi punti dove avviene qualcosa. Non c’è un punto focale, c’è una dispersione della scena e delle azioni, uno smarrimento. Ci si sente disorientati e, forse, è un mettere in discussione quello che era, cercando quello che sarà il teatro. Il non capire alcuni riferimenti fa parte della complessità del racconto e, forse, del teatro: aprire alcuni spiragli oltre le proprie convinzioni e le proprie conoscenze, alimentare la curiosità nella ricerca, il perdersi nell’osservazione dell’ignoto.

Danilo Buonora
Maria Rafaschieri

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  1. […] E il teatro Bonci di Cesena si mostra vivo con la prima assoluta di “Enigma – Requiem per Pinocchio” del Teatro Valdoca. Il tracciato è la morte o, meglio, la non vita del burattino, che diventa uomo e donna, diventa inanimato e ballerino. E nonostante un requiem sia inevitabilmente un racconto verso la morte, questo spettacolo è orientato al futuro, a un uso del teatro, del proscenio e del palcoscenico trasformato dalle contingenze.La scenografia è povera e piena di simboli. I costumi sono bianchi, neri, inesistenti, sono corpi che hanno vita e voce o che perdono vita e voce. Enigma è, in realtà, un inno a lottare. Un elogio alla ribellione degli schemi della tradizione, mescolando simboli e tecniche, richiamando e denigrando l’ interiorizzato senso dell’abbecedario, del controllo, delle norme e della perdita.E, a volte, ci si perde nei movimenti, nei tanti e diversi punti dove avviene qualcosa. Non c’è un punto focale, c’è una dispersione della scena e delle azioni, uno smarrimento. Ci si sente disorientati e, forse, è un mettere in discussione quello che era, cercando quello che sarà il teatro. Il non capire alcuni riferimenti fa parte della complessità del racconto e, forse, del teatro: aprire alcuni spiragli oltre le proprie convinzioni e le proprie conoscenze, alimentare la curiosità nella ricerca, il perdersi nell’osservazione dell’ignoto.via Uniradio Cesena […]

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