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Siamo nel settembre del 2019 quando un video girato da un drone e postato su YouTube sconvolge l’opinione pubblica internazionale. La registrazione ritrae centinaia di uomini bendati, rasati, fatti inginocchiare in una stazione e costretti da gruppi armati di polizia a salire su dei treni. Lo scenario raccapricciante sembra provenire da un altro mondo o per lo meno da un’altra epoca. Le persone inginocchiate sono uiguri, un’etnia turcofona di religione musulmana che vive nello Xinjiang, regione situata nell’ex Turkestan orientale, nel nord-ovest della Cina, non in una qualche epoca lontana bensì nel ventunesimo secolo, oggi.

Perché quegli uomini sono bendati e rasati? Dove sono diretti i treni su cui vengono obbligati a salire?
Durante uno show televisivo della BBC, il conduttore pone queste domande all’ambasciatore cinese nel Regno Unito, Liu Xiaoming e quest’ultimo non risponde. “Non so da dove provenga questo video”, si limita a commentare. Ma team di esperti di varie nazioni attestano l’autenticità delle riprese, una serie di testimonianze dirette e numerose inchieste de Associated Press e International Consortium of Investigative Journalism (di cui fanno parte tra gli altri BBC e The Guardian) ed altri ancora, rivelano una verità agghiacciante: È in atto una persecuzione di massa in Cina e le vittime sono milioni di donne, uomini e bambini.

Chi sono queste persone e perché sta succedendo questo?
Per capire bene cosa sta succedendo, bisogna fare un passo indietro nella storia della Repubblica Popolare Cinese ed in particolare della Regione autonoma uigura dello Xinjiang. Conosciuta un tempo come Turkestan Orientale, la provincia cinese si estende nell’estremo Ovest del Paese, fino a lambire l’Asia Centrale ed ospita numerosi gruppi etnici, tra cui uiguri, han, kazaki, tibetani, hui, tagiki, kirghizi, mongoli, russi e xibe e la maggioranza della sua popolazione è uigura (45% circa).
Il nome della regione, “Xinjiang”, significa letteralmente “Nuova Frontiera” e risale alla Dinastia Qing. Esso è considerato offensivo dai molti sostenitori dell’indipendenza che preferiscono usare nomi storici o etnici come Uiguristan o Turkestan Orientale. A loro volta questi nomi, essendo associati al movimento di indipendenza, sono considerati offensivi dal governo della Repubblica Popolare Cinese e dai molti residenti cinesi locali di etnia han (41% della popolazione).

Con una storia documentata di almeno 2.500 anni, un susseguirsi di imperi ha gareggiato per il controllo sul territorio: Esso passò sotto il dominio della dinastia Qing nel 18º secolo, che fu successivamente sostituito dal governo della Repubblica di Cina e dal 1949, fa parte della Repubblica Popolare Cinese dopo la guerra civile cinese.
Negli ultimi decenni, il movimento indipendente del Turkestan orientale, il conflitto separatista, l’influenza dell’Islam radicale e le repressioni violente del governo cinese hanno provocato tensioni e disordini nella regione, con occasionali attentati terroristici e scontri tra forze separatiste e governative.
Nel 2009 a seguito della decisione, da parte della autorità cinese, di radere al suolo il centro storico della città di Kashgar, abitata quasi esclusivamente da uiguri, si sono riaccesi gli odi razziali. Dalla domenica del 5 luglio nello Xinjiang si sono verificati scontri violenti fra gli abitanti di etnia han e uigura; sarebbero iniziati alla fine di una manifestazione nella quale si chiedeva giustizia per due membri della etnia uigura, accusati di aver violentato due donne cinesi di etnia han e uccisi il 25 giugno 2009. L’allora segretario del partito nella regione, Wang Lequan, aveva già sostituito la lingua uigura con il mandarino come mezzo di istruzione nelle scuole e vietato l’uso di barbe e foulard, nonché la preghiera in orari lavorativi, a tutti gli impiegati statali. Predispose inoltre, in quell’occasione, il coprifuoco e la pena di morte per coloro che provassero ad “incitare la rivolta”.
Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti Stati, i funzionari cinesi hanno iniziato a giustificare le dure misure di sicurezza e le restrizioni religiose come necessarie per respingere il terrorismo, sostenendo che i giovani uiguri sarebbero stati suscettibili all’influenza dell’estremismo islamico.
Il successore di Wang, Zhang Chunxian, ha continuato e rafforzato le sue politiche repressive e nel 2012, ha menzionato per la prima volta la frase “de-estremificazione” (去极端化) e ha iniziato a educare “Imam selvaggi” (野阿訇) ed estremisti (极端主义者).

Nel 2014, il presidente cinese Xi Jinping ha lanciato quello che ha definito la “Guerra del Popolo al Terrorismo” dopo che le bombe fatte esplodere da militanti uiguri avevano distrutto una stazione ferroviaria a Urumqi, la capitale dello Xinjiang, poche ore dopo la conclusione della sua prima visita di Stato in quella regione. “Costruire mura d’acciaio e fortezze di ferro. Installare reti sopra e le trappole sotto,” così i media ufficiali cinesi riportano le parole pronunciate da Xi, “Colpire duramente i terroristi deve essere oggi al centro della nostra lotta.”
Lo stesso anno, di fatto, furono istituiti i “centri di istruzione e rieducazione”.

Cosa sono questi centri e cosa accade al loro interno?
Il titolo di “centri di istruzione e formazione professionale” è stato assegnato ai campi di internamento gestiti dal governo a partire già dal 2014; ma è stato nell’agosto del 2016, quando Chen Quanguo, il successore di Zhang Chunxian, ha assunto il comando della regione, che l’attività di questi campi ha registrato un incremento senza precedenti.
“Formazione volontaria al lavoro”, questa è la ragione che il governo cinese ha dato per spiegare la detenzione di oltre un milione di persone appartenenti a minoranze etniche, la maggior parte musulmane. In più occasioni sono stati definiti “centri di istruzione e formazione professionale” dove gli “imam selvaggi” e gli estremisti vengono rieducati alla cultura cinese.
Dai documenti ufficiali delle autorità cinesi di cui è entrato in possesso l’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) emerge però uno scenario orwelliano di prigioni di massima sicurezza con una rigida disciplina, punizioni e divieto di fuga, dove la vita dei detenuti è costantemente monitorata nei singoli dettagli grazie ad un sistema di sorveglianza super sofisticata che sarebbe addirittura attribuibile a grandi marchi cinesi come Huawei e biotecnologie d’avanguardia importate dagli USA.

I documenti hanno svelato gli ordini impartiti dal presidente cinese Xi Jinping in merito alla repressione degli uiguri: “Nessuna pietà”.
In essi sono citate linee guida rigide per garantire una sorveglianza ravvicinata 24 ore su 24: regolamenti che stabiliscono anche «disposizioni per alzarsi, telefonare, lavarsi, andare in bagno, organizzare e fare le pulizie, mangiare, studiare, dormire, chiudere la porta e così via».
Le famiglie rimangono per mesi all’oscuro del destino dei familiari, rastrellati per strada e deportati dall’oggi al domani. Ai detenuti non è permesso di tenere cellulari e le chiamate a madri, padri, figli, fratelli sono consentite solo una volta alla settimana, mentre le video chiamate sono concesse una volta al mese. Un modo, si legge nei documenti, «per rassicurare la famiglia e il detenuto sul suo stato di salute».
Un file, il cosiddetto telegramma, istruisce inoltre il personale del campo su come prevenire le fughe, mantenere la totale segretezza sull’esistenza dei campi, sui metodi di indottrinamento forzato, come controllare le epidemie di malattia e quando consentire ai detenuti di vedere i parenti o persino usare il bagno.

Il documento, che risale al 2017, mette inoltre a nudo un sistema di valutazione del comportamento per infliggere punizioni o ricompense per i detenuti. Un sistema che aiuta a determinare, tra le altre cose, se i detenuti possono entrare in contatto con la famiglia e quando vengano rilasciati.

I documenti, soprannominati “China Cables”, sono stati consegnati all’ICIJ da una fonte anonima e si presume che siano passati attraverso una rete di uiguri esiliati. L’ICIJ li ha verificati esaminando i resoconti dei media statali e le notizie di fonte aperta dell’epoca, consultando esperti, effettuando un controllo incrociato e confermando le risultanze con ex detenuti ed ex dipendenti dei campi di rieducazione.

Le testimonianze parlano di polizia che convoca i cittadini Uiguri o bussa alla loro porta di notte per interrogarli e di centinaia di scuole e orfanotrofi per ospitare e rieducare i loro figli durante la loro assenza. Molti di quelli che sono fuggiti in esilio non sanno nemmeno dove siano il loro bambini o le persone care.
Raccapriccianti le narrazioni di indottrinamento politico, di de umanizzazione, di teste e barbe rasate, di conversione forzata e somministrazione coatta di carne di maiale o alcolici, di percosse e torture fisiche, stupri e aborti indotti e, infine, di sterilizzazione forzata e contraccezione (il che ha portato molti media a parlare anche di “genocidio demografico”, visto il forte calo del tasso di natalità in aree della Cina con un’ampia fetta di popolazione uigura).
Liu Xiaoming, ambasciatore cinese a Londra, nega: «I documenti, i cosiddetti documenti di cui state parlando sono vere e proprie macchinazioni. Se volete noi possiamo fornire molta documentazione sul tipo di educazione vocazionale del centro detentivo. Non ascoltate le fake news, le fabbricazioni dei fatti».

La signora Tian Wen, segretaria locale del Pcc, in un’altra occasione afferma: «Ci accusano di aver costruito campi di concentramento. Ma la verità è un’altra: noi cerchiamo di trasformare il loro desiderio di morte in desidero di vita» e aggiunge: «Negli ultimi trenta mesi non ci sono stati attentati: vuol dire che i nostri sistemi sono efficaci».
I critici di queste politiche le hanno definite un etnocidio o genocidio culturale, mentre i parlamenti di Stati Uniti, Canada e Paesi Bassi, svariati attivisti, ONG indipendenti, esperti di diritti umani, accademici, funzionari governativi ed il governo in esilio del Turkestan orientale lo hanno riconosciuto come un genocidio.
All’interno dell’ONU, 39 Stati membri, tra cui l’Italia, condannano le politiche della Cina nello Xinjiang e 45 (inizialmente 54) le sostengono. Ansa/Esuli uiguri a Istanbul protestano contro la repressione del governo cinese, 6 novembre 2018
Durante l’estate 2020, diversi gruppi per i diritti umani hanno chiesto alla Corte penale internazionale e al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite di indagare sui funzionari cinesi per accuse di crimini contro l’umanità e genocidio.
Nel dicembre 2020, la Corte penale internazionale ha rifiutato di intraprendere un’azione investigativa contro la Cina, in quanto non aveva giurisdizione sulla Cina per la maggior parte dei crimini, non essendo la Cina un membro della Corte.
A tutt’oggi, di conseguenza, i “centri di rieducazione” in Xinjiang sono pienamente operativi.


Alicja M. Glebocka



Fonti delle informazioni:
https://www.bbc.com/news/world-asia-china-22278037
https://www.youtube.com/watch?v=5CzAhgMI2U4 https://www.corriere.it/esteri/19_agosto_01/gli-uiguri-campi-detenzione-dramma-musulmani-cinesi-c4432d6a-b47f-11e9-a4d8-63bea28b5635.shtml https://www.technologyreview.com/2019/02/21/137299/how-us-experts-helped-china-build-a-dna-surveillance-state/ https://www.icij.org/investigations/china-cables/about-the-china-cables-investigation/ https://www.nytimes.com/interactive/2019/11/16/world/asia/china-xinjiang-documents.html https://www.washingtonpost.com/world/asia_pacific/abortions-iuds-and-sexual-humiliation-muslim-women-who-fled-china-for-kazakhstan-recount-ordeals/2019/10/04/551c2658-cfd2-11e9-a620-0a91656d7db6_story.html https://www.aljazeera.com/program/episode/2019/1/31/uighurs-nowhere-to-call-home
https://www.bbc.com/news/world-asia-china-48825090
 https://www.bbc.com/news/world-asia-china-56454609 https://www.theguardian.com/world/2020/oct/16/thousands-of-uighur-children-orphaned-by-chinese-detention-papers-show

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