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L’autore
Classe 1920, autore dell’iconico romanzo Fahrenheit 451, è considerato uno dei padri della
fantascienza e paradossalmente – sebbene coerente con la sua filosofia – è stato fortemente
contrario alla digitalizzazione dei suoi libri, fino al 2011. Raymond Douglas Bradbury ci ha lasciati
il 5 giugno 2012.


Il libro
Per Tristan Garcia, nella postfazione dell’edizione Mondadori, il Marte di Bradbury è
”l’incarnazione di ogni speranza, di ogni desiderio, di ogni volontà umani. È ciò che sfugge e si
sottrae quanto più gli si è prossimi. È l’extra-ordinarietà seducente del possibile. […] l’orizzonte
dell’umanità, a volte spalancato, altre inaccessibile”.
Garcia trova in questo libro dei “miti del dopo”, non una fantascienza, ma una profezia da
scongiurare, una realtà in potenza e in negativo, un futuro ambivalente, ma plausibile.
Una raccolta di racconti ambientati dal sempre più vicino a noi Gennaio 2030 all’ancora
abbastanza lontano Ottobre 2057, tenuti insieme dalla storia futura ed inventata di ciò che l’uomo
farà, concatenati dalla fattualità dell’immaginazione dell’autore stesso e dall’umano che pervade
Marte, come razza, ma soprattutto in quanto fattore imprescindibile dell’esistenza di qualsiasi
forma di vita: chi l’avrebbe mai detto che i marziani saranno (nel 2030) dei medio-borghesi
annoiati da una vita che si porta avanti stanca sui binari della monotonia? Chi avrebbe mai
immaginato che non tutti gli uomini sono conquistadores, ma alcuni sanno essere amanti
rispettosi e premurosi di masse planetarie non loro? Chi poteva immaginare un pianeta quale
meta di lusso per pensionati annoiati? Certamente Bradbury.
In una fitta rete di trame e di vite, di capitani e di vascelli alieni, di mortali e soprannaturale, di
religione e morale, Bradbury diventa un pittore impressionista. Come Monet raccoglieva a pieni
occhi la realtà e la ricreava sulle base delle sue impressioni sulla tela, così l’autore raccoglie le
notizie di un mondo in evoluzione, quello del boom economico, dell’America leader e dominante
sul pianeta, della borghesia e del “sogno americano”, e ci restituisce quello che secondo lui sarà
di tutto ciò. Marte diviene una tela dove la Terra è riflessa insieme agli animi umani, alla storia del
continente americano, alla storia che lui prevedeva sarà di tutti noi.


Perché leggere questo libro
Bradbury vi saprà trasportare via, lontanissimo, in un universo quasi calviniano, ma che mantiene
decisamente più stretti i contatti con la realtà di quanto accade nelle Cosmicomiche, eppure non
si priva di giochi di fantasia e bizzarrie, che si fondono e rimescolano la realtà, per renderla più
adatta ad una critica della materia stessa da cui trae ispirazione. Vi trascinerà su Marte, mentre
esplorerete le viscere dell’Occidente e navigherete nella sua bile e nel suo splendore.
27 racconti della storia di uomini che nel futuro rivivono il mito. 27 piccoli squarci su noi e su cosa
siamo, cosa potremmo essere, cosa è necessario non ripetere. Come leggerlo? In 27 giorni: un
racconto alla volta.
Per godersi questo romanzo è necessario riflettere su ogni piccolo spazio, mentre ci si sente
immersi nell’universo. Ogni pagina ha la sua valenza, ogni vita la sua funzione, ogni metamorfosi il
suo scopo.
Il tutto immerso in una scrittura leggera, allegra, veloce, fresca – nonostante i suoi 70 anni -, quasi
festosa a tratti, pubblicitaria in altri, e con picchi poetici e malinconici perfettamente distribuiti.
Perché l’ho letto? Perché anche io ho paura di ritrovarmi in un mondo come quello di Usher II.
Perché leggerlo? Per evitare che ciò accada.

Ismaele Lavorante

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