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Perdere Il Joker

puntata 2: perdere il joker

 

Per anni Hankin aveva pensato l’unica cosa interessante, di lui, fosse l’albinismo. La sua vita, per tutto il resto, si sarebbe anche potuta considerare mediocre e insulsa.

Non si sarebbe offeso, era la pura verità.

Solo perché l’accetta del divorzio era scesa in mezzo ai genitori, separandoli, non significava la sua vita ne avrebbe ottenuto tracce di colori brillanti, col fine di spiccare come un’opera d’arte. Magari emblematica come l’astrattismo, meno musicale di un Kandinskij, ma ci aveva comunque provato.

Non era il tipo da fuggire di casa, quel quadro rifletteva la sua vita ed era un tipo piuttosto mediocre. Di quelli che nella foto di classe stanno nell’ultima fila, coperti da altri soggetti più interessanti in maniera quasi irreparabile. Beh, non che ci si potesse fare molto.

Aveva pensato, però, che se il minore fosse scomparso i suoi genitori non si sarebbero più messi a contrattare l’affido, come in una partita di poker in cui Hankin Lorrac era il joker.

Nel momento in cui aveva varcato la porta di casa, però, aveva anche capito qualcosa era andata storto. Si era bloccato all’improvviso, alzando gli occhi verso un cielo rosso come sangue fresco.

Il suo tempo era finito nel peggiore dei modi, tutti gli ingranaggi si erano fermati. Non sapeva nemmeno perché fare un pensiero del genere.

Non sapeva più cos’avrebbe dovuto fare, di lì in poi. Tutti i suoi piani erano come andati in fumo, in una nube ferma come il mondo.

Provò ad avvicinare il quadrante dell’orologio da polso all’orecchio, ma tutto quello che continuò a sentire fu silenzio. Era fermo alle 1:47. Almeno non era mezzanotte.

Ma lui aveva appena sedici anni e la sua realtà era scomparsa, il paesaggio distrutto. Non riusciva a pensare in maniera lucida: le strade erano come pelle screpolata, le piante appassivano e si accartocciavano su se stesse, la luna -uno spicchio che sarebbe potuta sembrare un’unghia- lo indicava per prendersi gioco di lui.

Della sua paura, di quel cuore che sembrava voler rimanere in gola e non scendere, tornare al suo posto.

Ci doveva essere una spiegazione. Come una spiegazione al perché, nella cuccia del suo cane, al posto di Storm c’era un’ombra. Come se l’animale si fosse trasformato in quella cosa, in pratica una macchia a forma di cane, senza molti particolari se non quelli necessari per capire chi fosse prima.

Non era possibile, però. Queste cose, in genere, nel mondo reale non accadevano.

Era impossibile anche crederci, si rifiutava, persino quando la sua stessa vista gli provava il contrario. Era davanti al fatto compiuto mentre lui era lì, pietrificato come il tempo.

Aveva guardato Medusa negli occhi, e non c’era più alcun punto di ritorno. In una consapevolezza che non sapeva bene da dove veniva, Hankin sapeva anche che -se mai fosse riuscito a risolvere quel casino- niente sarebbe tornato al suo stato originario.

Tutto era andato distrutto, la colla non riparava mai davvero. Tutto era andato, infine, perduto.

Sprecato, lasciato a marcire come il frammento di un’utopia che mai avrebbe raggiunto. La normalità non gli era mai sembrata tanto cara.

Sentire la vibrazione del suo cellulare quasi lo fece sobbalzare, un movimento che al cane-ombra non sembrò di suo gradimento, visto che gli aveva ringhiato contro.

Lo schermo, corrotto e con pixel che andavano da una parte all’altra senza regole, faceva comunque intravedere una chiamata in corso.

“Mamma”. Deglutì.

«Pronto?» la voce rotta in un sussurro. Aveva l’impressione che, se avesse parlato più forte, il mondo gli sarebbe crollato addosso. Il cielo sarebbe caduto e l’avrebbe trasformato in una rara sottiletta albina.

Nessuno aveva risposto, e aveva una brutta sensazione. Partiva dal centro dello stomaco, e si espandeva come un morbo freddo.

«Mamma?» un’ottava in più, sicuro. Questa volta qualcosa gli rispose, ma non come aveva sperato. Fece quasi cadere il cellulare, mentre il rumore di sussurri indecifrabili e rumore bianco quasi lo assordava, obbligandolo ad allontanare il cellulare dall’orecchio.

Infine, un rumore acuto, come di unghie sulla lavagna. La chiamata si chiuse lì.

Di bene in meglio, perché la sua vita non sarebbe potuta rimanere noiosa, monotona e tutto? Gli sarebbe andato bene.

Il rumore, comunque, all’ombra non era piaciuto, per niente. Per stare attento alla chiamata, Hankin non si era nemmeno accorto quella era uscita dalla sua cuccia, e ora era vicinissima.

Ringhiava, non aspettando un attimo per avventarsi contro, puntare alla gola. Sbranarlo.

Come Hankin non aveva aspettato un attimo a reagire, l’adrenalina a farlo agire ancora prima di pensare. E ancora prima di pensare, aveva gettato lo zaino addosso all’ombra -che guaì- fuggendo come se, più che un cane trasformato in ombra omicida, avesse avuto dietro il diavolo in persona.

Dove andare, in quel paesaggio dove incidenti d’auto e decadimento sembravano la norma, non aveva importanza.

Si fidava di dove l’avrebbero portato i suoi piedi, ecco.

Senza neanche pensarci molto, quindi, era arrivato alle porte di un bar abbandonato, da dove la musica usciva timida e quasi sommessa.

Era un passo di musica jazz, ripetuto all’infinito.

Elena Masiero

 

vuoi leggere la prima puntata del racconto? leggi Qui
 

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