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In questi giorni le piazze di tutta Italia sono una vera e propria polveriera pronta ad esplodere definitivamente. La crisi pandemica sembra abbia scoperchiato le incertezze economiche e il diffuso disagio sociale in cui una parte della popolazione versa già da tempo. Politici e gran parte dell’opinione pubblica, distanti da queste realtà, non sono in grado di interpretare e ascoltare i bisogni delle persone più in difficoltà.

Con il dpcm del 25 ottobre il governo italiano ha introdotto nuove restrizioni per salvaguardare il sistema sanitario che rischia ancora una volta di collassare sotto la pressione della curva epidemiologica in rapida crescita. Tra le misure adottate la chiusura anticipata alle 18 di bar, gelaterie e ristoranti, la sospensione delle attività per palestre, centri benessere, sale gioco, teatri e cinema fino al 24 novembre. In regioni come Lombardia, Campania e Lazio, dove il virus corre già veloce, sono state introdotte anticipatamente altre misure come il coprifuoco notturno e la chiusura di attività commerciali, senza però garantire dei sussidi economici per le categorie messe alle strette da queste restrizioni. Successivamente, il governo ha disposto una serie di aiuti economici che però agli occhi di molti sembrano promesse vane e inefficaci, viste già le difficoltà nell’erogazione della cassa integrazione durante la prima ondata che addirittura alcuni ancora oggi non hanno ricevuto. Le limitazioni imposte hanno suscitato forti preoccupazioni e malumori che si sono riversati nella protesta di Napoli del 23 ottobre. Migliaia di persone di diversa estrazione si sono riunite in piazza tramite un tam-tam sui social. Pizzaioli, animatori, titolari di attività, lavoratori a nero, precari e studenti hanno sfilato per la città con striscioni come ‘‘A salute è ‘a prima cosa, ma senza soldi non si cantano messe’’, ‘’Tu ci chiudi, tu ci paghi’’ chiedendo a gran voce la tutela della salute e del lavoro per tutti. I manifestanti poi, si sono diretti verso la sede della regione, dove il corteo, bloccato dalle forze dell’ordine, ha assunto i connotati di una guerriglia urbana con lancio di sassi e bombe carta, cassonetti bruciati da alcuni manifestanti e momenti di tensione con la polizia. Nei giorni successivi a Napoli si sono tenute costantemente manifestazioni di protesta che hanno visto scendere in piazza una moltitudine di categorie lavorative.

Non è un caso se la prima città a ribellarsi alle restrizioni introdotte è stata Napoli, megalopoli del sud Italia, dove le diseguaglianze sociali sono molto forti ed evidenti. Qui, più di ogni altra parte d’Italia, il tessuto lavorativo è caratterizzato maggiormente da lavoratori autonomi più soggetti all’ impoverimento. Inoltre, dalla scuola ai trasporti fino alla sanità pubblica, i servizi offerti in Campania sono inferiori rispetto ad altre parti d’Italia. La rabbia e il disagio sociale possono essere spiegati dalla forte sfiducia e senso di abbandono che la popolazione prova nei confronti dello stato che qui risulta non pervenuto. Non dimentichiamo inoltre, la situazione drammatica in cui versa la sanità campana, commissariata per ben dieci anni, ora si ritrova ad affrontare una pandemia che sta mettendo a dura prova anche i sistemi sanitari più efficienti.

Protesta a Napoli il 26 ottobre 2020 contro le restrizioni per il contenimento della pandemia di Covid-19

La scintilla di Napoli ha innescato un incendio che si è propagato rapidamente in tutta la penisola. Milano, Torino, Catania, Firenze, Bologna, Roma, Padova, Lecce e in tante altre città italiane è montata la protesta. Sono piazze molto eterogenee tra loro, ma in comune hanno una rabbia spontanea nei confronti delle politiche intraprese dal governo. Nei giorni successivi in città come Milano, Torino e Firenze la protesta ha assunto toni molto forti e abbiamo assistito anche qui a scene di guerriglia urbana. A Milano una folla molto variegata, trainata da un gruppo di giovane età, si è diretta anche qui verso la sede della regione al grido di ‘’Libertà, libertà’’, lanci di molotov, segnali stradali sradicati e monopattini elettrici usati per fare barricate. Le forze dell’ordine hanno disperso la folla con fumogeni, cariche e arresti. Il bollettino del giorno dopo è di 28 persone denunciate per danneggiamento e violenza a pubblico ufficiale. Emblematico è che dei fermati 13 sono minorenni, nessuno di loro è riconducibile a fazioni politiche conosciute e molti sono ragazzi italiani e stranieri di seconda e terza generazione cresciuti insieme nelle periferie milanesi. Scene molto simili anche a Torino, dove migliaia di persone si sono ritrovate in centro per contestare i provvedimenti presi dal governo. Una piazza anche qui molto composita che ha riunito tassisti, baristi, ristoratori, commercianti e ragazzi di ogni estrazione socioculturale. La protesta, già tesa in precedenza, è poi esplosa quando la polizia ha caricato i manifestanti che si sono dispersi su via Roma, dove alcuni ragazzi hanno preso d’assalto le vetrine di alcuni negozi: Gucci, Apple, Antony Morato, Geox e Mc Donald’s.

Protesta delle maestranze del mondo dello spettacolo che hanno sigillato simbolicamente la prefettura di Padova.

Dopo queste notti caotiche, abbiamo letto svariate interpretazioni di quelle piazze, con i media nazionali e i blogger tuttologi che hanno etichettato i manifestanti come estremisti, violenti, fascisti e appartenenti ai centri sociali. Ovviamente a Napoli non poteva mancare tra le interpretazioni il camorrista di turno alla regia della protesta. Una narrazione tossica che tenta di banalizzare e strumentalizzare gli avvenimenti per impedire che l’opinione pubblica possa empatizzare con i manifestanti. Insomma, manifestare sì, ma per favore con garbo e cortesia. Anzi, questo tipo di racconto fornisce un assist per gruppi di estrema destra che non vedevano l’ora di strumentalizzare e appropriarsi della rabbia delle piazze. Infatti, eccetto alcune sporadiche manifestazioni di militanti dell’estrema destra e no mask come quella di piazza del popolo a Roma, non c’è stata una regia neofascista preorganizzata, almeno nelle prime proteste. Le condanne delle manifestazioni sono funzionali al mantenimento di quell’apparente vetrina di buonismo e decoro a cui l’opinione pubblica è abituata.

Ma perché fa più rumore una vetrina rotta di Gucci che l’urlo disperato di migliaia di persone che ormai sono allo stremo?

L’opinione pubblica ha distolto lo sguardo dagli oppressi che subiscono da tempo una violenza istituzionalizzata, soffermandosi invece sulla rottura delle vetrine. Questa pubblica indignazione è frutto della logica dominante della società consumistica del XXI secolo. Le vetrine racchiudono un mondo impacchettato, fatto di lusso e comfort, prodotti da vendere irraggiungibili dalla gran parte della popolazione mondiale che magari li fabbrica con le proprie mani. Un mondo finto che non esiste al di fuori di quelle vetrine, al cui uscio si addormenta la povertà che alberga le strade. Nel momento in cui le vetrine vengono squarciate, l’opinione pubblica pone i riflettori sul gesto violento pur di salvaguardare quella patina di ipocrisia che copre la nostra società. E se la vera violenza fosse proprio quella vetrina e non la sua rottura? (Ricordiamo che Gucci nel 2020 ha fatturato SOLO 3,03 miliardi di euro, alla faccia della crisi economica e sanitaria che solo la popolazione sta effettivamente vivendo sulla propria pelle)

”Il terzo stato” manifestazione a Napoli

La violenza più grande è lo smantellamento del sistema sanitario e il ricatto tra lavoro e salute. La carenza di medici e personale che costringe a richiamare i pensionati, i soggetti più a rischio, rimandati in corsia come fossero carne da macello. I reagenti dei tamponi che mancano, i posti in terapia intensiva dell’intera nazione che non basterebbero neanche per l’intera popolazione di una cittadina di provincia. I tamponi a pagamento o le infinite attese sia per effettuarli che per riceverne gli esiti. La più grande violenza è chiudere migliaia di attività senza prima predisporre un piano serio ed efficace di aiuti economici. Violenza sono anche le fabbriche non essenziali che a Bergamo, dove c’è stata la più alta percentuale di morti nel mondo in rapporto alla popolazione, non hanno chiuso. La pandemia ci sta imponendo l’uso della mascherina, ma paradossalmente altre maschere sono calate, le maschere e le ipocrisie delle contraddizioni su cui il nostro sistema è basato.

Pasquale Simone

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