skip to Main Content

Sacha Baron Cohen torna a vestire i panni del grottesco giornalista kazako Borat Segdiyev, uno dei tanti personaggi interpretati dall’attore britannico, nonché il più celebre. Borat fa la sua prima comparsa sul grande schermo nel 2006 con il mockumentary (cioè un falso documentario) Borat – Studio culturale dell’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan. Un racconto di sprezzante comicità sugli Stati Uniti d’America di George W. Bush, accolto con favore dal pubblico visti anche i risultati al botteghino, una delle migliori commedie di quell’anno.

Dopo la fine del primo film, il giornalista kazako si ritrova condannato ai lavori forzati per aver reso la sua nazione lo zimbello del mondo. In questo secondo capitolo, Borat torna a raccontare gli Stati Uniti, ma sono passati quattordici anni e ne sono accaduti di avvenimenti negli Usa, ora di (Mc)Donald Trump. Borat viene inaspettatamente incaricato di tornare negli Stati Uniti con lo scopo di far entrare il Kazakistan tra le grazie del presidente che ha stretto importanti relazioni coi “migliori leader” del mondo come Vladimir Putin, Bolsonaro, escludendo invece il Kazakistan. Il piano è quello di portare in dono ”Johnny la scimmia”, la grande star del Kazakistan. Tutar, la figlia di Borat, riesce però ad intrufolarsi, sostituendo il primate. A questo punto, il protagonista, pur di evitare il fallimento della missione ed essere giustiziato, decide di offrire sua figlia in sposa al vicepresidente degli USA e stretto collaboratore di Trump, Michael Pence (Penis).

Scena tratta dal film Borat 2. Borat entra mascherato da Donald Trump ad una convention dei repubblicani

Le divertenti avventure della coppia e le numerose gag ci fanno sorridere amaramente, viste le tematiche e i problemi trattati, fornendo uno spaccato sulla politica conservatrice e razzista di questi quattro anni di presidenza Trump. La femminilità è un tema ricorrente nella narrazione. Le vicende di Tutar sono la sintesi del percorso di emancipazione della donna dalle catene del patriarcato che lei effettivamente indossa nel film, a detta del padre per farla sentire “sicura”. Memorabile l’intervento di Tutar ad una riunione di donne conservatrici. Tra lo stupore e imbarazzo afferma con fierezza che la cunt non morde (la scelta del termine non è casuale in quanto considerato volgare ed offensivo), trattando la masturbazione femminile, considerata ancora un tabù presso ambienti cattolici-conservatori.

La spinta motivazionale di Tutar è data dalla curiosità verso il proprio corpo e dalla messa in discussione di tutto ciò che le è imposto dal padre. Sacha Baron Cohen si serve proprio della curiosità di Tutar per trattare la spinosa questione delle fake-news. Libera di informarsi infatti, Tutar cade vittima di teorie del complotto “molto blasonate”, che lascio a voi lettori il piacere di scoprire. Ancora una volta si ride a denti stretti. A mio avviso, è affrontando esplicitamente le questioni politiche che il film raggiunge il suo apice narrativo. La satira è molto pungente ed espressa senza troppi giri di parole. Vengono portati agli occhi dello spettatore i lati più oscuri dell’amministrazione trumpiana. Mi riferisco alle relazioni, neanche troppo velate, di quest’ultima con l’estrema destra suprematista statunitense (a tal proposito consiglio la visione del geniale BlacKkKlansman di Spike Lee) e con le accuse di violenza sessuale.

Inoltre, le avventure di Borat si svolgono in parte durante il periodo di pandemia che ancora oggi viviamo. Il protagonista trova ospalità da una coppia di repubblicani negazionisti e complottisti che incolpano i democratici, i cinesi, i Clinton, e chi più ne ha più ne metta, della diffusione del virus. Con l’obiettivo di ritrovare sua figlia, Borat si reca, insieme ai suoi nuovi amici negazionisti, in un raduno anti-lockdown. Qui, interpretando le improbabili vesti di un tipico cantante country, tira fuori tutto l’odio e l’ignoranza della gente che partecipa a questo tipo di manifestazioni, ovviamente armate di mitra. Sarà il finale del film a rivelare la vera natura del coronavirus, tramite un’idea narrativa tanto geniale quanto divertente.

La scena clou, più controversa del film è sicuramente l’intervista di Tutar a Rudy Giuliani, ex sindaco di New York e avvocato di Trump. Giuliani, ignaro di essere all’interno di un film, finisce in camera da letto con la figlia di Borat e solo l’intervento di quest’ultimo evita che la situazione si trasformi in un vero e proprio scandalo. È con questa sequenza che il film smaschera l’essenza violenta del sistema patriarcale e dei loro interpreti politici. Dietro una facciata di attaccamento alla famiglia tradizionale e alla fede cattolica, si cela la corruzione morale per cui la donna viene concepita esclusivamente come oggetto sessuale. Il signor Giuliani non esce freschissimo da questa vicenda.

Borat è un film divertente, spassoso, grottesco, ma allo stesso tempo molto arguto nel descrivere la società statunitense di oggi, anche se per certi versi la trattazione pare quasi frettolosa (forse volontariamente) per i tanti argomenti tirati in ballo. Lo spettatore viene intrattenuto per circa 90 minuti con un’opera di qualità. Dopo un ottimo primo capitolo, Sacha Baron Cohen firma un buon sequel. Assolutamente consigliato e reperibile su Amazon Prime Video.

Recensione a cura di Lorenzo Formica, L’angolo dei cinefili

Questo articolo ha 0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back To Top