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Gino Malacarne è una figura poliedrica nel panorama dell’architettura italiana. Professore all’Università di Bologna (Campus di Cesena), ex preside e architetto ha tenuto numerose conferenze in Italia e all’estero e ha partecipato a concorsi nazionali e internazionali e a esposizioni di architettura tra cui la Mostra internazionale di Architettura La Biennale di Venezia e tanti altri progetti che lo hanno reso una figura riconosciuta e stimata nel nostro paese. Appassionato di letteratura fin da giovane il professor Malacarne, il 6 Dicembre al Palazzo del Ridotto di Cesena, si è dedicato alla lettura di pezzi tratti da varie opere tra cui Immagini di città di Walter Benjamin, Ascolto il tuo cuore, città di Alberto Savigno, Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani e molti altri. Ho avuto il piacere di intervistare il professore prima dell’evento e da subito si è reso disponibile al dialogo e allo scambio intellettuale.


Che cosa ne pensa del fenomeno della gentrificazione?
È un’arma a doppio taglio. È un fenomeno che permette il recupero, la riqualificazione di parti di città periferiche, abbandonate, ma questo comporta l’espulsione delle classi più disagiate che le abitano. È quindi una questione molto controversa e rappresenta un problema se si ha a cuore “il sociale”. Pensando a Londra mi viene in mente la zona dell’East End londinese che in pochi anni è diventato un luogo “alla moda” con le gallerie d’arte più importanti, mentre prima era un quartiere popolare . La gentrificazione è un processo, credo inevitabile visto il sistema economico (capitalistico) che ci governa (per semplificare), che però andrebbe tenuto sotto controllo. Anche se è stato spesso un fenomeno non pianificato ma “spontaneo” dovrebbe essere controllato con aiuti pubblici che consentano agli abitanti di rimanere. Era lo stesso problema che si erano posti gli amministratori delle nostre città a partire dagli anni settanta quando si era posto il problema di restaurare i centri storici. Il Piano per il centro storico di Bologna ad esempio era riuscito almeno nei primi interventi pubblici, grazie alla legge 167 dell’edilizia economica popolare, a mantenere gli stessi abitanti all’interno delle aree di intervento.
 
Perché le città di oggi non ci emozionano quanto le città storiche?
La città è un opera d’arte, non è un semplice prodotto materiale. Le città storiche sono un’opera d’arte. Le città nuove le periferie urbane sono, molto spesso una risposta semplificata, funzionale, quantitativa ai bisogni delle persone. Esse nascono da una spinta sociale ed economica e soddisfano requisiti quasi esclusivamente funzionali. La funzione è necessaria ma il problema è come la si realizza. In molti casi manca una idea di città, una idea della costruzione dei luoghi della vita dell’uomo, manca l’aspetto umanistico che contraddistingue le città storiche. Non è presente l’aspetto evocativo che l’architettura di solito produce. Non penso che questo (provocare emozioni) sia negato all’architettura contemporanea anzi i molti esempi realizzati dicono il contrario, ma sono minoritari rispetto alla massa di costruzioni insignificanti che ci circondano e sono state costruite dal secondo dopoguerra in poi. Certo, molte costruzioni recenti non sono architettura, sono edilizia speculativa. Il titolo di questo incontro è la città nella letteratura.

Com’è nata la sua passione per la letteratura?
Vorrei fare una premessa. La città nella letteratura era un titolo che avevo pensato all’inizio ma in realtà preferisco Immagini di città. Io faccio l’architetto, insegno, non sono un critico letterario e città nella letteratura sarebbe stato un tema troppo vasto (e troppo ambizioso) e complesso da affrontare. Immagini di città si addice di più perché ci indirizza a conoscere le città attraverso le immagini metaforiche che gli scrittori ci offrono e questo da sempre alimenta il mio immaginario. Non sono arrivato alla letteratura perché mi serviva per il mio lavoro. Da giovane mi sono appassionato prima alla letteratura e poi all’architettura e da subito ho capito che questa passione alimentava il mio immaginario, il mio modo di pensare la città che è poi il mio campo di azione (privilegiato).


Qual è la sua idea di riqualificazione urbana?
La riqualificazione urbana è la questione centrale del nostro tempo. All’interno delle città vi sono vaste aree (abbandonate) che meritano di essere riqualificate e visto che le politiche urbane attuali prevedono, giustamente, di non espandersi più verso le campagne queste aree diventano risorse importanti per i destini delle città. Dovrebbe diventare un tema ancora più presente nel pensare anche alle aree più disagiate. Penso soprattutto alle periferie. Non mi riferisco tanto alle piccole città dove il fenomeno è limitato ma penso alle medie e grandi città. Il tema delle periferie è un tema esplosivo perché ci troviamo di fronte a quartieri che non hanno servizi sufficienti, non c’è una qualità del verde e mancano spazi collettivi. Anche le case, stanno andando un po’ in malora perché il loro ciclo di vita si sta per esaurire e necessitano di pesanti interventi di manutenzione quando va bene (adeguamenti energetici, sismici, ecc.). È un vero problema perché molte di queste case sono di proprietà, ma i proprietari spesso non hanno i fondi per il restauro o la ricostruzione. È una questione sociale, economica e urbana, aperta che il paese dovrebbe prendere in considerazione e affrontare. La riqualificazione passa anche da un impegno civile del cittadino (come ci insegnano recenti esperienze) ma passa soprattutto dalla volontà di restituire a questi luoghi una forma urbana riconoscibile e significativa e questo spetta all’intervento pubblico. Senza morfologia, l’urbano, cioè i rapporti personali, non si sviluppano. Il mio maestro diceva che l’architettura è la scena fissa delle vicende dell’uomo. Se non c’è forma è difficile riconoscersi nei luoghi. Ringrazio il professore per questa chiacchierata illuminante. A volte non ci rendiamo conto di quanto gli spazi influenzino la nostra vita, il nostro modo di pensare e la nostra identità. La piazza è un luogo ancestrale che da sempre ci accompagna e ci definisce. Essa è una scena di teatro dove noi abitanti siamo gli attori protagonisti. Anche se il tempo passa, e la storia si evolve la drammaturgia rimane la stessa. La piazza rimarrà sempre un luogo anacronistico, una dimensione altra fuori dal tempo e dallo spazio in cui tutto è possibile. Dove tutto si ricollega. Dove le stesse scene si ripetono ma ogni volta hanno il sapore di un nuovo inizio. Fabrizio Caramagna scriveva: “Adoro le rughe di certe piazze. Ti sanno parlare con incanto dei propri anni.”

Eugenio Maglia

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