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“Da quanto tempo non andavo a teatro?”

Questa era la domanda che mi ponevo mentre una maschera indicava il posto a noi di Uniradio in platea. L’ultima volta che vidi uno spettacolo all’Arena del Sole a Bologna risaliva a prima della pandemia, circa due anni fa, decisamente troppo tempo. Mi guardai intorno: la sala Leo Bernardinis era animata da un brusio generale, intervallato dalle risate di qualche gruppetto di amici, mentre accanto a me, tre anziane signore, irriducibili abbonate del teatro, stavano borbottando qualcosa sulla scenografia.

Lo spettacolo era tratto da un testo di Vladimir Majakovskij, poeta e drammaturgo della Russia post – rivoluzionaria di inizio Novecento, che fu portato in scena per la prima volta da tre attori romani negli anni Settanta, e infine reinterpretato da tre giovani attori per donare continuità all’opera anche ai giorni nostri.

Il titolo era “La rivolta degli oggetti”, e infatti di oggetti in scena ce n’erano eccome: un groviglio di funi gialle che penzolava dal soffitto, una specie di trampolino con una stella rossa, un violino senza corde abbandonato vicino ad una maschera di cartapesta, dei cappotti e un rotolo di alluminio.

Passò giusto il tempo per identificare gli oggetti in scena, poi le luci si spensero. Il mormorio in sala cessò. Iniziava lo spettacolo.

I tre giovani attori entrarono in scena insieme, seguendo il sentiero tracciato dal velo di alluminio lasciato rotolare sul palco. Gli attori dialogavano tra loro e con gli oggetti presenti, si muovevano costantemente, quasi danzando, sul palco, intervallati da tre diverse voci esterne alla scena, che accompagnavano la narrazione. Più che recitare, i tre performer stavano vivendo l’esperienza dell’essere un’artista che si relaziona con la propria arte, ne stavano raccontando i tormenti, la voglia di rivincita, il desiderio, la rassegnazione.

Per quasi un’ora sono rimasta seduta ad osservare stranita, e al contempo affascinata, il turbinio dei tre ragazzi e degli oggetti con cui si relazionavano. Ammetto che appena usciti dalla sala eravamo abbastanza perplessa da quanto avevamo appena visto, in testa avevo una raffica di domande a cui non sapevo dare risposta. Nel corso dei giorni, ripensando allo spettacolo, sono arrivata alla conclusione che forse è proprio questo lo scopo del teatro: far nascere domande nello spettatore, iniziare a dubitare di ciò che diamo per scontato. Senza quella sera probabilmente non mi sarei interessata a Majakovskij (e imparato come si scrive), non ne avrei parlato con amici chiedendo il loro parere, e di certo non mi sarei prodigata nel capire la poetica di quel che vedevo.

La potenza del teatro è proprio questa: ha sempre qualcosa da dire, ogni performance ha un suo significato. Il teatro è inevitabilmente utile proprio perché aiuta a mettersi in discussione. Ed è per questo motivo che dico “bentornato Teatro”.

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