Passing & crossing genders
1. Passing & crossing genders
2. Passing & crossing genders

Questo venerdì vi portiamo il primo di due testi che racconta di come sia vivere l’esperienza trans in un viaggio nella consapevolezza di sè tra dubbi e incertezze.

Corpo dilaniato – mente scapestrata

Oggi non mi sento di appartenere a questo corpo.
Mi vesto in fretta prima che il mio sguardo si possa posare su quella carne abbronzata.
Mi fa rabbrividire la sola idea, anche se la primavera è già sbocciata e le temperature alte iniziando ad invadere le strade.
Questo corpo…me l’hanno detto in molti
“tu non sei il tuo corpo” “sei molto più di questo”
Eppure il pensiero mi ossessiona.
Dilaniato tra due generi o forse dilaniato tra mille colori e sfumature.
Non so quale indossare oggi.
Come voglio mostrarmi al mondo?
Come voglio mostrarmi a me stesso?
Sono dannatamente stanco di dover mettere in dubbio la mia identità.
Ogni giorno. Come nel romanzo di David Levithan.
Ogni minuto.
A cosa appartengo? A chi appartengo? In quale contenitore di stereotipi ho voglia di approdare?
Perché lo sapete bene, più di me: maschile e femminile sono solo ripetizioni monotone di comportamenti appresi e tramandati da generazioni.
Ho stilato una lista dei pro e dei contro essere maschio o femmina.
Corpo tonico ma non troppo pompato che se no ti danno del culturista, non piangere, non esternare emozioni, fare il duro, rinnegare in ogni momento il tuo non essere gay che sia mai che passi per poco virile; vestirti a caso ma non troppo a caso diciamo… ricercato, vantarti del numero di donne che hai scopato e dei cuori spezzati che hai lasciato alle spalle, birra come stile di vita che se osi dire che sei astemio sei una pugnetta, essere volgare, insensibile ma soprattutto non azzardarsi a fare le faccende di casa perché è il compito di tua moglie e non devi permetterti di toglierle questo privilegio.
Vuoi mettere? Ricevere fischi per strada, venire molestata sull’autobus, dover stare attenta che non ci sia un pelo di troppo, barcollare su tacchi vertiginosi per non passare per l’ottava nana di Biancaneve, sorridere sempre, lasciar parlare gli uomini, essere fedele ma al contempo non scandalizzarsi se tuo marito qualche sera torna tardi perché “aveva del lavoro in ufficio da concludere”, diventare madre a tutti i costi perché, dai, chi è che non vuole la famiglia mulino bianco? Sapere essere elegante e divertente, stare al proprio posto nella gerarchia sociale perciò sotto gli uomini, non essere lunatica che altrimenti è ovvio che il tuo uomo ti violenta, vestirsi sempre alla moda ma se ti metti la minigonna te la sei cercata. Per non parlare dell’odore di ferro caldo che il tuo utero ti ricorda ogni mese e che ti vincola alla natura, alla Luna, ai giudizi degli altri se sei nervosa.
Ah, ci sono anche dei pregi?
Non è meglio lasciarsi trascinare dalla corrente?
È obbligatorio dover sottostare a queste imposizioni?
Perché non ci si può ribellare? Perché nasciamo con un genere e con quello dobbiamo morire?
Nella mia testa confusa vorticano queste domande e tante altre mi tengono sveglio la notte.
Con gli occhi rivolti verso il cielo stellato e il gran Carro che mi sorridere
Ripenso a quando Davide, mio padre trans, mi ha proposto di metterci lo smalto e la cosa mi scandalizzava. Ora invece mi sembra allettante.
Ripenso a quando Delia mi ha proposto di fargli da modello per la sua collezione di vestiti non binari (unisex)
Ripenso a quando Bianca mi ha proposto di scrivere un libro insieme sul passaggio di genere e io provavo vergogna di non essere abbastanza “trans” come lei.
Ripenso a tutte le estati che ho vissuto con il terrore di mettermi in costume da bagno ma il sole era più forte della mia disforia di genere e ho accettato di esporre il mio corpo femminile.
Ripenso al battito irregolare del mio cuore quando per la prima volta mia madre mi ha chiamato Sun o mio padre “figliolo”.
Ripenso agli anni di attivismo in un mondo che mi sembra sempre più distante da me. Così patologizzanti, loro. Così non conforme alle regole, io.
Che poi è buffo scrivere di sé quando non si sa chi si è. I più grandi artisti decadenti lo facevano ma avevano l’assenzio a cui aggrapparsi.
Io a cosa mi aggrappo? A quali radici? A quali desideri?
La mia psicologa non è sorpresa che io abbia ruoli di genere sballati perché mio padre è sempre stato di lacrima facile mentre mia madre si è dovuta arrangiare da sé.
Io non penso sia completamente vero ma continuo ad andare dalla psicologa per disperazione.
Alle volte per sentire il mio corpo tiro delle testate contro il muro. Mi assicuro che sia lì, presente all’appello e che non lo abbia dimenticato da qualche parte.
Solo con i lividi in fronte mi rendo conto di essere vivo.
Che generazione del cazzo, la mia.
Poveri disillusi, disincantati, dimenticati.
Ma almeno un pregio ce l’abbiamo dai: siamo nativi digitali.
Incollati ai nostri schermi e incapaci di vedere oltre una spanna dal nostro naso.
Si, proprio una generazione del cazzo.

Sun Elmi

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