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Dalla peste nera al vaiolo, dalla malaria fino alla spagnola, non è la prima volta che l’umanità si trova a dover affrontare epidemie che minacciano la sua esistenza. Dopo le più recenti Sars ed ebola, gli scienziati e i rapporti dell’Oms ci avevano avvertito sul rischio incombente di una nuova e più minacciosa epidemia su scala mondiale, ma come spesso accade la classe politica ha sottovalutato i moniti della scienza, ponendo la salute e il diritto alla vita al di sotto del profitto e della crescita economica.

Miniere in Africa di coltan, principale materiale utilizzato per costruire i nostri dispositivi tecnologici

In passato, gli uomini si ritenevano piccoli esseri assoggettati ai principi della natura temuta e al contempo rispettata. Col passare del tempo abbiamo imparato a conoscere il cosmo e le sue leggi, sfruttandole in nome di un progresso sfrenato che ha abbattuto quel giogo di inferiorità. Nel giro di pochi secoli abbiamo raggiunto traguardi solo qualche anno prima impensabili, e questo ci ha autorizzato a crederci esseri invincibili in grado di sconfiggere malattie, calamità e qualsiasi limite naturale. L’uomo si è posto su un piedistallo al di sopra della natura, svuotato della sua pura essenza fatta di sentimenti, socialità, e condivisione. Difatti, l’avvento del capitalismo del XVIII secolo ha completamente stravolto i comportamenti e i pensieri dell’uomo, ponendo le fondamenta di un sistema socio-economico basato sul profitto e sull’egoismo, ritenute caratteristiche innate dell’uomo, necessarie per il bene di tutti e per lo sviluppo del sistema.

È come se ci avessero iscritto senza volerlo ad una grande competizione, in cui tutti devono puntare ad incrementare la propria ricchezza per sopravvivere, tutti devono partecipare al sistema produttivo, chi resta indietro è escluso, emarginato e primitivo.

Uomo che rovista tra rifiuti a margini di una grande città in Asia

Infatti, si è diffusa socialmente una falsa credenza per cui noi uomini siamo nati per lavorare e per produrre il più possibile perché la nostra felicità dipende da quanto possediamo, non da quello che siamo. Lo sfruttamento di altri uomini e della natura è funzionale ad una crescita economica infinita che è stata posta come una condizione necessaria, per un futuro ‘’migliore’’ per tutti. Oggi, nell’ottica di questo sistema, qualsiasi cosa viene etichettata, ha un prezzo ed è vendibile. L’acqua, i nostri dati personali e persino la sanità che dovrebbe basarsi sul principio umano più nobile di tutti: salvare la vita ad un altro uomo.

Ed eccoci qui, nel bel mezzo della crisi sanitaria più complicata che abbiamo affrontato in tempi recenti. La situazione d’emergenza che sospende difatto lo stato di diritto e le nostre libertà sono sì misure necessarie in questo momento, ma è bene precisare che il fine ultimo è cercare di salvare il sistema sanitario che rischia il collasso. Quindi, la responsabilità della situazione non è inviduale e scaricabile sui singoli cittadini. La responsibilità è politica e strutturale poiché non è stata garantita la salvaguardia dello stato sociale sulla quale si dovrebbero fondare le ””democrazie”” e gli stati odierni. La sanità, l’accesso a cure e farmaci si stanno trasformando in un lusso, basti guardare agli Stati Uniti d’America, una delle più grandi potenze economiche al mondo, dove la sanità è praticamente nelle mani dei privati. Nell’ottica del guadagno economico la salute e il diritto alla vita sono l’ennesima merce da cui trarre profitto. Quanto a noi Italia, ci vantavamo di avere uno dei sistemi sanitari pubblici più robusti al mondo, eppure in anni recenti abbiamo assistito a definanziamenti alla sanità pubblica. Posti letto, reparti e ospedali che sono drasticamente diminuiti, carenze delle borse di specializzazioni e sempre meno assunzioni nel pubblico del personale sanitario. Per non parlare poi della scarsa importanza che si dà alla ricerca scientifica nel nostro paese. Ma non va meglio neanche nel mondo, dove si preferiscono ambiti di ricerca che possono fruttare guadagni economici, mentre la scienza e il sapere puro ‘’disinteressato’’ sono meno considerati ed incentivati.

Piazza San Marco a Venezia durante la quarantena di questi giorni;
Foto di Andrea Pattaro / AFP

Questo modello di società fondato sulla produttività e sul tornaconto economico non è più sostenibile e ci sta trascinando pian piano verso una catastrofe preannunciata. Lo dimostrano le ricorrenti crisi sistemiche che ci colpiscono e che saranno sempre più frequenti. Tutto questo illusorio benessere su breve durata ha determinato sì una crescita della popolazione che ha raggiunto i 7,7 miliardi di abitanti, ma d’altra parte ha incrementato la richiesta di risorse naturali, vista anche la trasformazione dei consumi verso prodotti non realmente essenziali. Inoltre, la crescita esponenziale della popolazione facilita il contagio di nuovi virus e batteri, grazie anche all’ascesa delle grandi megalopoli in cui le disparità economiche sono in costante aumento. Tutto ciò consentirà sempre a meno persone di accedere a servizi, cure e risorse naturali destinate ad esaurirsi, considerando anche l’incombere degli effetti dei cambiamenti climatici.

Grafico che descrive l’andamento della popolazione mondiale in miliardi di persone dal 10000 a.C (stimata) fino ai giorni nostri (reale) ; fonti Wikipedia

Attualmente è certamente impossibile prevedere come sarà il futuro post-pandemia, ma sicuramente ci sarà un mondo pre-Covid-19 e un mondo post-Covid-19. Oggi più che mai, è fondamentale cercare di indirizzarlo verso una strada migliore prima che sia troppo tardi. Come disse il padre della scienza moderna, Galileo Galilei: “Dietro ogni problema c’è sempre un’opportunità”. Ora sembra che l’opporunità spetti proprio a noi. L’opportunità di costruire una società nuova, più equilibrata e sostenibile che elimini l’avere come mezzo di misura, che non etichetti qualsiasi cosa su questo pianeta. Una società fondata sull’essere piuttosto che sull’avere. Oggi il limite ce lo pone la natura, quando in realtà avremmo dovuto porcelo già noi tempo fa. La natura ci ricorda che siamo parte di essa, succubi delle sue leggi che tendono all’equilibrio.

Pasquale Simone

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