Quest’anno nei giorni 12-13-14 marzo si è svolta la seconda edizione del MalatestaShort Film Festival, i cui dettagli tecnici sono già stati descriti esaurientemente nel precedente articolo di Elisa Vlacky. Scrivo dunque perché ho avuto la fortuna di partecipare attivamente a questo progetto, nonostante all’inizio non fossi convintissima, vista la mia reticenza a parlare in pubblico.

Noi di Uniradio abbiamo intervistato gli organizzatori, che ci hanno descritto la nascita di questo Festival, fatto per poter dare a Cesena un evento riguardante il cinema e le opportunità che esso offre, per incrementare la cultura cinematografica di noi giovani e farci appassionare, un evento che le città adiacenti avevano già, ma che a noi mancava.

Abbiamo intervistato alcuni membri della giura, che comprende sia gente del luogo, che gente proveniente dalla Grecia e dall’Austria, molti dei quali fanno del cinema sia un lavoro che una passione personale.  Ci hanno parlato delle difficoltà di mettersi d’accordo essendo così diversi, del fatto che avrebbero voluto parlare e discutere maggiormente dal vivo ma la distanza geografica non lo permetteva, di come si potrebbe migliorare il Festival l’anno prossimo istituendo la figura del Presidente di Giuria,  per avere un’organizzazione migliore.

Ci hanno parlato dell’idea di caricare i più acclamati fra i corti trasmessi nella cineteca di Cesena per poter essere visti a piacimento, o ancora, del desiderio degli organizzatori di poter ospitare, nelle future edizioni, i vincitori a Cesena, per far assistere loro alla premiazione e mostrare la città, essendo il Festival internazionale e i partecipanti provenienti da tutto il mondo, dalla Francia alla Russia, dall’ Israele alla Germania.

Ora veniamo ai quattro vincitori:

Best Fiction

Cubeman di Linda Dombrovsky                                                                                                                                                                                                                                                                       Una storia capace di far commuovere,  ma raccontata in toni allegri, colorati e fiabeschi, la storia di come le persone facciano progetti per poi vederseli distruggere all’ultimo da forze che non possono controllare. Il corto ci mostra cubeman, un uomo anziano, ormai rimasto solo, che successivamente alla morte della moglie sviluppa l’ossessione di dover fare ogni giorno sempre le stesse cose e di doverle mettere per iscritto, altrimenti non si sarebbero realizzate.

Ogni mattina si alza alla stessa ora, beve il suo caffè, mangia i suoi tost, va a lavorare in una fabbrica di mattoncini colorati (simil lego), gioca a carte con i suoi amici, fa Skype con il figlio e la routine ricomincia. La sua vita continua così, finchè un giorno come tutti gli altri viene stravolta da un infausto annuncio: cubeman deve andare in pensione, subito, non dopo 62 giorni, come lui era fermamente convinto.

La notizia lo turba visibilmente, arriva in ritardo alla partita a carte, gli tremano le mani, è distratto, ma non vuole rinunciare a quei 62 giorni che pensa gli spettino e il giorno dopo si reca al lavoro fingendo che non sia successo nulla, tenta di rubare dei mattoncini colorati, ma inevitabilmente viene scoperto e condotto fuori.

Quello stesso pomeriggio, nel mentre che aspetta i suoi amici per la solita partita a carte, il suo cuore cessa di battere. Dopo un’ultima partita in suo onore, i suoi amici si recano a casa sua per chiamare il figlio e dargli la brutta notizia, ma cosa trovano? Un ritratto della bellissima moglie defunta fatto di mattoncini colorati, gliene mancavano giusto 62 per completarlo. Quella stessa notte, i macchinari della fabbrica si attivano da soli per produrre esattamente 62 mattoncini

Best Animation                                                                                                                                     

My grandfather was a cherry tree di Tatiana Poliektova, Olga Poliektova, Russian Federation.                                                                                                                                           Un corto d’animazione dolce, malinconico, quasi tremolante: il ricordo di un bambino che può svanire da un momento all’altro. La storia inizia con una coppia che abita in campagna, che ha difficoltà ad avere figli a causa di continui aborti spontanei, finchè non si sentono benedetti dall’arrivo di una bambina. Il padre, per festeggiare l’avvenimento, pianta nel giardino un albero di ciliegio, che accompagnerà la bambina nella crescita, fino al matrimonio e alla nascita di suo figlio, ed è proprio attraverso gli occhi di questo bambino che ci viene narrata la vicenda.

Lui e i genitori vivono in città, finchè la nonna non sviluppa malattie cardiache, a quel punto il piccolo e la madre si recano nella casa di campagna dei nonni per aiutarli, ma la distanza incrina il rapporto fra moglie e marito. Eppure, nonostante questo, nonostante la morte della nonna, per il piccolo protagonista, il periodo passato con il nonno in campagna è ricordato come il più bello della sua vita, in cui appare ad apprezzare la bellezza delle piccole cose, come dondolarsi sull’altalena nel famoso albero di ciliegio, impara l’importanza degli affetti familiari, impara che una persona non muore mai veramente finchè noi continuiamo a ricordarla e a volerle bene. Così, anche quando il nonno muore, il piccolo protagonista lo sente ancora vicino, in quell’albero di ciliegio a cui era tanto legato e che aveva piantato tanti anni prima.

Best documentary                                                                                                           

 Ninnoc di Niki Padidar, Netherlands.                                                                           

La regista attraverso la videocamera ci mostra Ninnoc, una stupenda ragazzina dolce e solare. Lei stessa afferma di considerarsi diversa dagli altri suoi compagni di scuola, è una diversità che talvolta non le dispiace perché non sopporta il pensiero di essere tutti uguali e di omologarsi.

Tra una piccola intervista e l’altra, intervallate dalle riprese di Ninnoc che danza con sicurezza nella sua palestra e nei corridoi vuoti della sua scuola, la ragazza comincia ad aprirsi confessando un lato della sua personalità, a detta sua odioso e deprimente, che non vuole sia rivelato agli altri.

Ninnoc, come molti altri ragazzi, è stata vittima di bullismo, un’esperienza che l’ha danneggiata come una crepa su un vetro, una crepa che rimarrà lì tutta la vita e la renderà più sensibile a tutti i colpi che riceverà, facendola vivere con la paura che un giorno arrivi qualcosa di troppo forte che non saprà sopportare e si romperà del tutto, portandola addirittura a chiedersi che senso  abbia continuare a  vivere se si prova tutto questo dolore. Sente di stare male, un malessere che non vuole confessare. La consapevolezza di non essere l’unica in questa situazione, che ci sono molti altri ragazzi al mondo che provano lo stesso però, non sembra aiutarla, perché inevitabilmente non può che sentirsi sola.

Best experimental                                                                                                                       

 Cloud Kumo di Yvonne Ng, USA.                                                                                                                                                                                                                                                                 Kumo ci racconta la storia della signora Sakoto, sopravvissuta ai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki del ’45. Lei era appena una bambina quando accadde, fu fortunata a farcela e a poter ricostruire la sua vita, mentre intorno a sè vedeva tanta distruzione e morte, vedeva persone che si aggrappavano disperatamente alla vita pur provando un immenso dolore. Fu fortunata, è vero, ma sicuramente non fu facile andare avanti. La sua famiglia aveva perso tutto e veniva esiliata e tenuta lontano perché considerati infetti, malati e pericolosi per gli altri. La malattia, purtroppo, c’era davvero, causata dalle radiazioni, che la costrinsero ad assumere farmaci fin da piccola, che le fece perdere i capelli, malattia che malauguratamente non si è fermata solo a lei ma è passata alla figlia e alla nipote. Nel mondo in cui il cinema incontra le altre arti, come la poesia, il teatro, la pittura, è mostrata l’esigenza di questa donna di guardare al futuro, senza potersi staccare da un tale passato che tiene imbrigliato lei e la sua famiglia a distanza di anni.

Chiara Cabras