A Fano, il ritrovamento di una bomba inesplosa risalente alla Seconda guerra mondiale ha portato all’evacuazione di circa 23 mila persone in un raggio di 1,8 km.
Esaminato dagli artificieri dell’Esercito, l’ordigno è risultato essere una bomba di fabbricazione britannica a “spolette differite”, il che significa che l’esplosione arriva solo in un momento successivo all’attivazione. Accidentalmente innescata durante i lavori in cantiere, la bomba sarebbe potuta scoppiare con un ritardo compreso tra le 6 e le 144 ore.

Casi come questo non sono rari nei paesi toccati dal conflitto, tutt’altro. Giusto per citarne un altro, il 23 marzo a Caorso (PC), mentre degli operai lavoravano alla ristrutturazione di un tetto, sono state rinvenute una bomba tedesca e diverse munizioni.

Nel caso di Fano, la vicinanza del mare ha permesso di spostare con le dovute accortezze l’ordigno in acqua, dove è poi stato fatto brillare. Parliamo di ordigni molto sensibili, vecchi di almeno 70 anni e che, per un motivo sconosciuto, non sono esplosi. In caso di bomba di piccole dimensioni, è possibile costruire una struttura di sicurezza che la ricopre e farla detonare sul luogo del ritrovamento. Per ordigni più grandi, è invece importante determinare il tipo di dispositivo di innesco, per poterne neutralizzare poi i componenti chimici.

Fortunatamente, come osserva Dave Welch, ex artificiere della marina militare britannica, la maggior parte degli inneschi della Seconda guerra mondiale porta impresso un numero identificativo. Inoltre, è interessante notare come i metodi utilizzati allora siano gli stessi anche oggi, ma con strumenti chiaramente più raffinati.

Le conoscenze degli artificieri moderni sono frutto del lavoro di veri e propri pionieri, che in molti casi non avevano né preparazione né strumenti adatti. La figura dell’artificiere è stata ufficializzata durante la Prima guerra mondiale, quando la produzione di massa di armi ha portato a un più alto numero di difetti di fabbrica. Per far fronte al problema crescente, il Regno Unito per primo dota la sua Royal Army di un reparto specializzato.

Quando poi i tedeschi, nel 1918, sviluppano bombe a scoppio ritardato, le cose si complicano ancora di più: panico nella popolazione civile, dovuto all’incertezza del momento dello scoppio, e una maggior difficolta nel lavoro di disinnesco. In più,

appena scoperto il metodo per neutralizzare un tipo di ordigno, il nemico ne aveva già variato i componenti per rendere nulli i risultati raggiunti.

In Italia campi minati, bombe e granate inesplose sono state lasciate sia da chi si ritirava, sia da chi avanzava, rendendo il problema dello “sminamento” uno dei più fastidiosi del secondo dopoguerra. Mancavano gli strumenti adatti (si sondava il terreno con un semplice spuntone), e il personale specializzato scarseggiava. Veri e propri lavori di rastrellamento delle mine e di bonifica degli ordigni bellici cominciano infatti solo dopo la Liberazione.

Il ritorno alla vita quotidiana era reso difficile per la popolazione civile anche da quelli che in inglese vengono definiti “booby trap”. Qualsiasi cosa poteva essere trasformata in un oggetto esplosivo, o resa parte di un meccanismo di innesco: bottiglie e lattine, pentole, accendini, porte, persino pianoforti. La filosofia era “anche durante la ritirata, dobbiamo lasciare dietro di noi più danni possibili”. Ha funzionato così bene che, anche a 70 anni di distanza, ne subiamo ancora gli effetti.

Giulia Renda

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