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Cristina Cassar Scalia
Giallo
Einaudi Torino
2021
Pag. 315

Catania. 26 dicembre 2016 – 3 gennaio 2017. Nevica. Nunzio Scimemi ha
paura di essersi scordato una finestra aperta nelle stanze d’ingresso del
vecchio magnifico albergo in ristrutturazione, il Grand Hotel della Montagna.
Alle tre del mattino, reduci da festeggiamenti, convince la fidanzata 60enne
Tanuzza (una vedova, stanno insieme da tre anni) che deve tornare un attimo
al cantiere isolato di cui fa il custode, si trova su una strada che porta in cima
all’Etna. Scendono dalla Panda 4×4, lei resta dietro al bancone, lui sente uno
spiffero nel salone, entra e vede un finestrone socchiuso, poi con la torcia
illumina il cadavere di una donna sul pavimento. Richiudono la porta, scappano
fuori di corsa, si chiudono tremanti in auto e chiamano i poliziotti, che arrivano
ma non trovano più niente: una pozza d’acqua davanti al caminetto, nessun
corpo o impronta o traccia di sangue. Raggiungono al telefono il vicequestore
aggiunto Giovanna Vanina Guarrasi, che si trova a Palermo per le feste, con la
sorella a casa della madre e del suo ottimo secondo sposo. Vanina recupera la
Mini bianca, va a salutare il caro Paolo Malfitano, magistrato alla Dda nonché
ex compagno lasciato quattro anni prima e da qualche mese riapparso con
turbamenti e passioni, e se ne torna subito a Catania, a fatica, c’è un gran
traffico. Che l’indagine abbia inizio, la sua squadra l’aspetta al completo, sia
carusi che veterani (compreso Patanè in pensione). C’è una sola denuncia di
scomparsa, riguarda Azzurra Leonardi, bella e brava pediatra 41enne in
servizio al Policlinico, l’ha sporta il marito separato. S’avviano ricerche,
verifiche, interrogatori, finché il giorno dopo vengono trovati due cadaveri al
cimitero di Santo Stefano, quello della donna insieme a quello di monsignor
Antonino Murgo, un sacerdote sessantenne di Acireale, già cappellano di Sua
Santità, entrambi strangolati (forse in luoghi e momenti diversi), ora adagiati
insieme e uniti da un nastro rosso e da altri addobbi. Da chi? Perché?

La medica oftalmologa Cristina Cassar Scalia (Noto, 1977) continua a scrivere
bei gialli, siamo al quinto ben congegnato romanzo dedicato a Vanina, ogni
avventura ambientata a circa un mese di distanza l’una dall’altra, questa volta
a cavallo tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017. La narrazione è in terza varia
al passato, perlopiù sulla protagonista, oppure sugli altri investigatori. Lo stile
appare simpatico, scorrevole, colto e attento alle parole, incistato là alle
pendici della muntagna, dell’Etna (per quanto la protagonista sia originaria di
Palermo e lì mantenga legami). Il titolo fa riferimento all’empatia e al carisma
emanati dal talentuoso ucciso, giustamente stimato come uomo di fede ed
educazione (fra gli scout, oltretutto). Non erano brutte persone. Trovare
movente e occasioni degli omicidi non è così affatto semplice, le piste latitano
come i possibili colpevoli: fortunatamente Patanè e Guarrasi pensano
all’unisono e lentamente arrivano alla stessa conclusione da strade diverse e
parallele, entrambe avvincenti. Tutti gli altri personaggi sono diventati ormai di
casa, sia nella vita poliziesca che nella vita personale di Vanina, cinefila,
dipendente pure da sigarette e cioccolato fondente. Le turbolente descrizioni
del guazzabuglio affettivo e professionale (l’attrazione per un medico gentile, la
gravidanza di Giuli, i ricordi del padre ucciso dalla mafia e il richiamo del
capoluogo regionale, le dinamiche in Questura e la ricerca del covo di un
importante latitante) risultano efficacemente parte dell’indagine, “gialle” tanto
quanto la trama. La vicina garantisce cibo di qualità, lei non saprebbe dove
mettersi le mani, pur se gusto e appetito non mancano (anche nei confronti del
vino rosso). Nella playlist dell’auto questa volta all’inizio seleziona Vasco; poi
spesso alle canzoni di parole preferisce i Brahms, Paganini e Bach del maestro
Escher.

Valerio Calzolaio

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