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Il Primo Mezzo Secolo Di Internet: Potenzialità E Rischi Di Uno Strumento Che Ha Cambiato Il Mondo

Il 2019 è stato l’anno del cinquantesimo anniversario di Internet. Per la precisione era il 29 ottobre 1969 quando fu effettuato il primo trasferimento di dati tra due computer, uno posto all’università di Los Angeles, l’altro al Research Institute di Stanford. Si tentò di inviare la parola “Login”, ma il sistema riuscì a trasmettere semplicemente “Lo”: due lettere destinate a cambiare radicalmente, in maniera forse imprevedibile per l’epoca, la comunicazione, la società e l’individuo stesso.

Internet non è sempre stato ciò che conosciamo oggi: la rete progettata nel 1969 si chiamava Arpanet e fu creata dal Dipartimento di Difesa americano, motivo per cui, secondo alcuni, il 1969 non può essere considerato effettivamente l’anno della sua nascita. Quel giorno, però, due computer distanti tra loro si scambiarono dei dati e ciò è a tutti gli effetti sufficiente a classificare questo evento come primo vagito di Internet.

Fu solo 20 anni dopo, nel 1989, che nei laboratori del CERN a Ginevra lo scienziato britannico Tim Berners-Lee creò il World Wide Web (WWW), una rete formata da collegamenti ed ipertesti (i link). Internet cominciò a trasformarsi in ciò che conosciamo oggi. Da quel primo trasferimento di dati avvenuto nel 1969, Internet e la tecnologia in generale, hanno subito un’evoluzione esponenziale: basti pensare che nel luglio 2019 sono state contate 4,33 miliardi di persone connesse, una cifra che supera di gran lunga il 50% della popolazione mondiale. Dunque, oggi, l’accesso alle informazioni è potenzialmente ”illimitato” e ”gratuito” per la maggioranza della popolazione, il che ha reso la società potenzialmente più consapevole e istruita rispetto al passato. Ciò implica però dei costi.

Fonti Wikipedia; Utenti Internet, espressi in percentuale della popolazione per nazione, nel 2012

La quasi universale presenza degli utenti su internet ha permesso ai colossi del web di raccogliere una quantità enorme di dati personali, utilizzabili a fini commerciali e non solo. Il tutto a scapito della privacy degli utenti. Degno di nota è lo scandalo che ha colpito Facebook e la società americana Cambridge Analytica (esperta in previsioni dei comportamenti umani tramite raccolta, analisi e uso dei dati), considerato da molti come una sorta di anno zero, a partire dal quale l’opinione pubblica ha cominciato a comprendere la reale importanza ricoperta dal ruolo dei dati personali presenti sul web. Chiamato a testimoniare al Congresso degli Stati Uniti, il fondatore e CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, ha dichiarato che Facebook era in possesso dei dati di circa 87 milioni di utenti, principalmente americani. Questi dati sono stati acquisiti da Cambridge Analytica al fine di creare dei veri e propri quadri psicologici basati sul profilo pubblico, sulle pagine seguite, sulla data di nascita e sulla città attuale. Questi “inquadramenti” si sono rivelati accurati al punto da poter essere sfruttati, ad esempio, in campagne elettorali, in modo da indirizzare gli elettori verso una determinata scelta politica, senza dar loro la possibilità di scegliere in maniera consapevole e libera, ma sulla base di informazioni create ad hoc. Lo stesso Zuckerberg si è assunto la responsabilità di quanto accaduto, impegnandosi, ha sostenuto, a impedire che fatti del genere possano accadere nuovamente in futuro.

È parso chiaro però, quanto poco fosse informato sui fatti Zuckerberg, o almeno questa è stata l’impressione che ha trasmesso. Si è infatti limitato a rispondere in maniera vaga alle domande dei senatori sui temi caldi dell’accusa: il ruolo di Facebook sulla diffusione dei troll russi che hanno influenzato le elezioni presidenziali del 2016, di quali dati Cambridge Analytica fosse entrata in possesso, ammettendo addirittura che anche ad altre aziende fossero stati venduti questi stessi dati. Si crede che il pacchetto di dati personali raccolti dalla società americana sia stato utilizzato per la campagna elettorale dell’attuale Presidente degli USA Donald Trump e dal fronte del Leave nel referendum sulla Brexit, che ha portato all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Mark Zuckerberg prima dell’audizione al Senato Usa (afp)

L’uso erroneo dei dati personali non è però l’unica controversia che riguarda internet. Il numero praticamente illimitato di informazioni recuperabili in rete, unito a deboli normative istituzionali che riguardano i creatori di contenuti online, ha permesso il proliferarsi di una significativa quantità di fake news. Notizie false, incentrate sul sensazionalismo e sul clickbait, che distorcono la realtà dei fatti fino a influenzare gli atteggiamenti e i comportamenti delle persone. Ne è un esempio il cosiddetto ‘’Pizzagate’’, una delle fake news più clamorose e importanti degli ultimi anni. Il 4 dicembre 2016, quando il mondo era ancora sorpreso dall’inaspettata elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti, Edgar Maddison Welch irrompe in una pizzeria a Washington, la Comet Ping Pong, armato di fucile, intento a svelare al mondo intero il giro di prostituzione minorile che si celava all’interno del locale. Peccato però che si trattava di una bufala. Da circa un anno a quella parte circolava su internet la scabrosa rivelazione, secondo cui l’avversaria di The Donald, Hillary Clinton, e il capo della sua campagna elettorale, John Podesta, gestissero un traffico di bambini con sede nei sotterranei della Comet Ping Pong. Una volta resosi conto dell’assurdità della missione intrapresa, Welch si arrese alla polizia e fu condannato a 4 anni di carcere.

Questa surreale vicenda permette di capire il reale impatto delle fake news sulla vita delle persone e sulla società. È necessario che gli utenti della rete siano sempre consci delle fonti da cui recepiscono le informazioni, ed è dovere dei colossi del web e delle istituzioni porre un forte sbarramento alla circolazione di notizie false. Questo schema di utilizzo dello strumento Internet presenta chiaramente degli aspetti negativi che le istituzioni governative devono al più presto risolvere tramite una reale normativa sull’impiego dei dati personali degli utenti, evitando che ne venga fatto un uso improprio.

In questo senso si è mossa l’Unione Europea che il 4 maggio 2016 ha introdotto il nuovo regolamento sulla privacy e sulla gestione dei dati personali. Tra le principali novità: l’obbligo delle terze parti di chiedere il consenso esplicito agli utenti per il trattamento dei loro dati, l’utilizzo di un linguaggio chiaro e accessibile e il principio di accountability, secondo cui i soggetti che gestiscono dati personali sono tenuti a riportare traccia dell’utilizzo di suddetti dati. Altro aspetto molto importante introdotto nel nuovo regolamento è la portabilità dei dati per cui l’utente può sempre richiedere che vengano mostrati i dati che ha deciso di fornire, oltre alla possibilità di usufruire della cancellazione dei propri dati quando non ritenuti più necessari.

Un’analisi attenta e progressista dello straordinario strumento che è internet non può però che far emergere i molteplici aspetti positivi. Il web, infatti, è oggi una componente fondamentale della vita professionale, sociale e privata dell’individuo. La connettività ottenuta grazie alla rete ha permesso di accelerare l’avanzamento della tecnologia e del progresso scientifico, e con essi un significativo miglioramento della qualità della vita in generale. Da notare che Internet ha reso possibile l’incremento e il rafforzamento delle relazioni interpersonali: è il caso dei social network (Facebook, Instagram, Twitter ecc.), in cui gli individui possono scambiare e condividere idee, ma anche confrontarsi con persone con un punto di vista differente dal proprio. O ancora, questi strumenti possono essere sfruttati da soggetti con difficoltà relazionali, emarginati o ansiosi, per stringere relazioni più intime, altrimenti impossibili nella “vita reale”.

Esempi di come la rete possa creare delle vere e proprie comunità, grazie alla condivisione e al passa-parola digitale, sono le numerose proteste partite dai social in tutto il mondo, dai paesi arabi alla Francia, al movimento #Metoo per i diritti delle donne, dimostrazione di come oggi un hashtag potrebbe cambiare il mondo. In Italia abbiamo assistito al movimento delle sardine, nato proprio sui social dalla creazione di un evento su Facebook che alla fine ha radunato in piazza Maggiore a Bologna una folla di migliaia di persone, unite dalla volontà di arginare l’ondata populista che caratterizza la scena politica italiana attuale.

La demonizzazione di uno strumento come internet è dunque un errore, dato forse dalla scarsa comprensione delle reali potenzialità della rete. Divenuto dunque uno strumento imprenscindibile per l’individuo e la società, è necessario che l’accesso a internet venga riconosciuto come un diritto fondamentale per l’intera umanità. Un mondo più giusto in cui tutti gli individui hanno la possibilità di connettersi tra di loro, di accedere gratuitamente alle informazioni e alle infinite possibilità che la rete offre.

Ah, quasi dimenticavo. Buon compleanno Internet.

Lorenzo Formica

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