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Scampia, il quartiere di Napoli che tutti conosciamo almeno per sentito dire, la periferia di cui parla Roberto Saviano in Gomorra, l’emblema del traffico di droga, del lavoro nero, della camorra. Ad accoglierti a Scampia ci sono Le Vele, casermoni ad uso residenziale che versano oggi in un grave stato di degrado tanto che il 29 agosto 2016 una delibera comunale ha previsto l’abbattimento di tre delle quattro rimaste e la riqualificazione della quarta. Il termine Vela deriva dalla forma triangolare che ricorda quella di una vela latina, larga alla base e più stretta man mano che si sale ai piani superiori, ma in realtà oggi questo nome ha il sapore di barche lasciate alla deriva, abbandonate a se stesse e date in pasto alla delinquenza e agli spacciatori.

In un quartiere del genere l’unica cosa che conta è sopravvivere, a tutti i costi. Bisogna dimostrare subito di essere veri uomini per conquistare un posto nel rione, per essere rispettati, per dare da mangiare al fratello più piccolo, per vestire con le Hoogan o Dolce Gabbana. È così che i ragazzi già all’età di 10 anni si trovano sulla strada a vendere droga, alimentando il mito di Scampia come la più grande piazza di spaccio d’Europa, oppure armeggiano armi e trattano con narcotrafficanti, guadagnando migliaia di euro in un mese e spendendo tutto in brevissimo tempo. A Scampia si perde presto il senso dell’età soprattutto se ti trovi con i genitori in carcere e devi crescere per forza, farti spazio in quel mondo cominciando ad affrontare rischi, paure e responsabilità che esulano dalla vita di un coetaneo normale. Le istituzioni latitano e a prendere il loro posto sono i Clan della Camorra che alimentano un’economia basata sullo spaccio di droga e la prostituzione.

Questo è l’inferno di Scampia, a qualche centinaio di chilometri da casa nostra.

Come scrive Alessandro D’Avenia nel suo penultimo libro: «…inferno sono gli enormi palazzi di cemento, alveari screpolati e abbandonati dalla bellezza, che fanno di cemento l’anima che li abita; l’inferno si annida nei sotterranei di questi palazzi stipati di polvere bianca tagliata alla meglio e carne umana in saldo; inferno sono strade da cui non si vedono stelle, perché non è concesso alzare gli occhi; inferno è quando le cose non si compiono, è ogni seme che non diventa rosa; inferno è ogni bellezza volontariamente interrotta; inferno è non vedere più l’inferno…».

Ma oltre a tanto marciume e degrado Scampia ha altro da raccontare. La storia di Gianni Maddaloni inizia dentro una palestra di judo insieme a tanti ragazzi del quartiere, ognuno con una storia diversa. Ci sono disabili, figli di boss, ex detenuti, ragazzi delle comunità e nessuno di loro paga per fare sport perché per Maddaloni “chi abita in periferia non ha niente, non ha nessuna possibilità, almeno ci permettano di allenarci gratuitamente”. [1] Per “‘o maé” (così chiamano Maddaloni) il judo non è solo un’arte marziale, ma è anche una speranza, una scelta di vita migliore, una rivalsa, una proposta di altri modelli da imitare. Il suo merito è stato non aver mai avuto paura di metterci la faccia, perché se abbassi anche solo una volta la testa con loro, i camorristi, l’hai abbassata per sempre. È riuscito così a portare avanti un progetto che tutt’oggi resiste con un migliaio di ragazzi ogni anno. Davanti alle difficoltà e ai ricatti non si è mai fermato, e se per esempio, succede che tagliano la luce ci si allena al lume di candela: la squadra resiste, forse si piega un po’ ma non si spezza mai. Questi ragazzi ci nascono in quel posto, ci crescono, quel posto è loro e nessuno può mandarli via. “‘O maé” vuole dare un’alternativa di vita, ai più grandi una prospettiva di lavoro nel pieno della legalità, e un’opportunità di infanzia normale ai più piccoli attraverso la disciplina, le regole e l’educazione del judo.

Un altro grande traguardo è stata la medaglia d’oro olimpica vinta nel 2000 dal figlio Pino a Sidney, in Australia: sono partiti senza conoscenze portando Scampia fino in cima al tetto del mondo! Ma quello è stato solo l’inizio: oggi il maestro cerca e perfeziona campioni tra cui il vice-campione del mondo Domenico Di Guida. [2]

Gianni Maddaloni è un eroe del ventunesimo secolo, è colui che cerca di portare la bellezza dove le speranze sembrano finite, è la forza di chi non molla mai, di chi va contro tutti e contro tutto perché sa che c’è sempre una scelta migliore di quella che ti viene imposta dal primo aguzzino, è il coraggio di chi non chiude gli occhi davanti all’inferno ma lo combatte.

Il suo progetto sociale continua: l’idea è quella di utilizzare una caserma dismessa, 20mila metri quadrati, per fare la cittadella dello sport di Scampia e anche di Napoli, un polo sportivo, dopo scuola e anche un centro sanitario con ambulatori gratuiti.

Sei una luce che non possono spegnere e io voglio crederci insieme a te, Gianni!

Arianna Suprani (Cantiere Parallelo)


[1]: http://napoli.repubblica.it/sport/2016/09/13/news/judo_i_60_anni_di_gianni_maddaloni_mi_regalo_un_grande_futuro_-147687774/

[2]: http://www.unita.tv/interviste/scampia-maddaloni/

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