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Senza un porto sicuro: recensione di A Place of Safety di Kepler-452
Secondo la teoria dei costi e dei benefici dell’arousal, una situazione di emergenza, tanto più è rischiosa per chi sceglie di intervenire, tanto più è in grado di attivare l’arousal, ovvero uno stato di allerta e di agitazione, che spinge ad essere risolta con l’azione. Di conseguenza, e forse paradossalmente, tanto più una situazione è difficile, e comporta un costo, tanto più ispira un intervento, se questo può risolvere la tensione interna, e agire così da beneficio.
Fra le tante domande che si pone A Place of Safety, in un gioco meta-teatrale fra la messa sul palco e il background degli attori, una in particolare ritorna più volte: perché queste persone, questi operatori della nave Sea-Watch 5, si sono messe in mare? Perché si sono dedicate alle operazioni di salvataggio, e a tutto lo stress che ne deriva? Chi si trova dall’altra parte, chi ha rischiato la vita su un’imbarcazione precaria per arrivare in un altro Paese, forse più stabile, non compare mai. Si sente qualche voce, si vede qualche volto, ma qui a Cesena, fra gli spettatori paganti di un capoluogo di provincia, ci sono solo gli operatori. Non è una scelta casuale.
“La verità è che passargli un microfono, e chiedergli di raccontarci la loro storia, proprio a noi, è l’atto più coloniale che esista. Quel microfono ce lo strapperanno. Stanno già parlando di noi, e abbiamo paura di cosa stiano dicendo.”
Nicola Borghesi
Queste, a scanso di errori dovuti alla memoria, sono le parole che Nicola Borghesi, giornalista e co-ideatore dello spettacolo, pronuncia in uno degli ultimi monologhi. Non è un operatore: è una persona che su una barca non voleva salirci. Ha osservato le operazioni di una missione di salvataggio, e quando si è chiesto cos’ha capito delle vicende, del perché le persone migrano nel Mediterraneo, rischiando ripetutamente la vita, non è arrivato a nulla. “Non mi ricordavo nulla”.
Ci sono solo gli operatori.
Un ex militare. Un’ex infermiera. Un elettricista, emigrato a sua volta dagli Stati Uniti, figlio di una famiglia messicana. Un ex ricercatore di fisica, che aveva partecipato alle operazioni della nave Iuventa, sviluppando un disturbo post-traumatico. Un’ex studentessa, che ha tagliato tutti i rapporti con suo padre, dopo che ha scelto di unirsi ai soccorsi. Alcuni di loro sono comunisti, e credono in un mondo senza frontiere; del resto dell’equipaggio non si può sapere. Una delle poche cose che li accomuna, è che tutti quanti, in qualche modo, si stanno allontanando da una vita insoddisfacente.
I Kepler-452 non danno una risposta chiara al perché queste persone si siano imbarcate, e in fondo questa risposta non esiste. È una semplificazione. Ma ci suggeriscono che ha più a che fare con noi, con l’Europa a cui la Sea-Watch fa riferimento, che con le persone soccorse.
Il diritto del mare è chiaro: le persone in pericolo vanno soccorse, senza nessuna distinzione. Durante l’ora e 50 dello spettacolo, vengono riprodotti tutti i passaggi di un’operazione della Sea-Watch, dalla partenza dai porti dell’Italia, alla segnalazione delle barche da soccorrere, alle logiche spietate del salvataggio, che lasciano indietro chi non si riesce a imbarcare, al ritiro momentaneo degli averi personali, per poter facilitare lo smistamento delle persone, al ritorno in Europa, fra le luci brillanti e la prospettiva dei centri di accoglienza straordinaria, dei CPR, della povertà, del caporalato, degli infiniti cavilli burocratici per poter ottenere la cittadinanza, della politica xenofoba, che rende tutto questo ancora più difficile, forse nella speranza che un giorno si fermi, che collassi ad un tratto sotto al suo stesso peso, perché l’Europa, tutto sommato, queste persone non le vuole vedere. Forse non crede nemmeno che siano persone, almeno non al livello dei cittadini europei, dotati di tutti i documenti. Vanno bene come subalterni, “per fare quello che non vogliamo fare”, o per rimpinzare le statistiche di nascita, ormai in declino. Vanno soccorse, ma non saranno accolte.
A Place of Safety non è uno spettacolo leggero. Non dà una pacca sulla spalla agli spettatori, non li gratifica di essere dalla parte giusta. Non basta.
Quando l’operazione di salvataggio finisce, quando gli attori si fermano, le luci di segnalazione della nave vengono rivolte sulla platea. C’è un istante di silenzio. Parte l’applauso.
Due delle operatrici fanno il gesto del pugno alzato.
Sofia Luce


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