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Racconti Cesenati: Un Delitto Alla Rocca- Ritrovare Il Coraggio 4/4

«Ispettore!» Era strano rivedere Tonino dopo il giorno della commemorazione: la figura un tempo tozza pareva sciupata, sul collo scoperto si notavano pieghe di pelle flaccida che non aveva mai visto prima. Più che un membro dell’arma, sembrava un classico vecchietto romagnolo durante la sua passeggiata quotidiana.

L’ispettore gesticolò indicando la sommità delle mura: «Andiamo a fare una camminata sugli spalti».

«Mi dispiace ispettore ma ho finito gli euro…»

«Dai che offro io, non ti preoccupare!» Dopo aver lasciato la cassiera all’ingresso un po’ spaesata, non si aspettava di rivedere lo stesso cliente due volte in così poco tempo, Gennaro e Tonino si avviarono verso i camminamenti panoramici. Altre nuvole grigio chiaro si erano unite alla cappa informe che aveva celato la luce del sole, l’alito di vento si era trasformato in un ululato che fischiava fra le fenditure delle mura e spazzava le foglie secche nel boschetto sotto di loro. Tutto lasciava presagire una bella pioggia in arrivo, ma l’appuntato non voleva andarsene senza aver scambiato due parole con l’uomo al suo fianco.

«Ispettore ma è la prima volta che venite dopo…» Non ebbe il coraggio di completare la domanda, ma il vecchio Lucchi ebbe il buon cuore di non rimproverarlo per la sua mancanza di fegato.

«Dopo tutto quello che è successo speravo di vederli davvero dei fantasmi qui alla Rocca

«Ah ah ah, non ci scherzi troppo ispettore!» Ribatté Montalbione lanciando occhiate furtive intorno a sé. «In fondo ce l’abbiamo messa tutta per risolvere il caso, anche se il povero Leone…» Tonino sospirò talmente forte da scuoterlo.

«Ermete Corvini doveva essere mosso da un grande timore, anche se non c’ha mai detto perché abbia colpito lo storico amico di Tiziano. Alla fine siamo riusciti ad incriminarlo per l’omicidio di Rubini, ma io sono sicuro che c’entrasse anche in quello del povero Tiziano».

Al processo le prove contro il capo della setta esoterica non tardarono a venir fuori ed erano schiaccianti: anelli, adepti, documenti compromettenti ed inoltre numerosi testimoni oculari che l’avevano visto allontanarsi dal luogo del delitto. Non c’erano dubbi, era stato lui ad uccidere Leone Rubini, uno degli storici più in vista della città di Cesena.

Senza volerlo, a Montalbione scappò una risata amara.

«A mia mamma è venuto un colpo quando le ho detto che, dopo quella sera, i nostri superiori ci avevano suggerito di prenderci un lungo periodo di ferie…» Gennaro non poteva dare torto ai capi suoi e dell’ispettore: una morte avvenuta nel piano sotto a quello della cena, Ermete Corvini incastrato come assassino e capo della setta chiamata Congrega della Nuova Luna ma non come esecutore del delitto di Tiziano Schiavi. Due fallimenti importanti ed imprevedibili che avevano spinto il direttore della caserma a correre ai ripari, prima che i giornalisti impedissero ai poliziotti di svolgere il loro dovere di ogni giorno.

«Maledizione non mi ci far pensare! Se ripenso a Rita Scheggia che gongolava… Il suo articolo sul Gazzettino mi ha perseguitato, ce l’avevano pure al bar sotto casa mia» Sbottò mollando un pugno contro le mura. Gennaro ebbe paura che la mano rugosa potesse essersi rotta, ma quando Tonino ci appoggiò il mento era solo arrossata.

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La Rocca Malatestiana di Cesena

L’appuntato non poteva sopportare di vedere l’ispettore in quello stato: lo conosceva da qualche mese, ma sapeva per certo che il suo comportamento era strano. Il suo sguardo era spento e l’aspetto deperito l’aveva messo in agitazione quando l’aveva riconosciuto. Aveva gli occhi chiusi e stringeva la fronte, ebbe paura che avrebbe dovuto fermare il suo tentativo di spaccarsi la testa contro la pietra antica.

«La smetta con questi piagnistei!» Esclamò e Tonino alzò lo sguardo sorpreso, non si aspettava tanta energia dal suo tono di solito flemmatico. Era il momento di approfittare del suo turbamento.

«Abbiamo fallito, ci abbiamo rimuginato sopra per più di un mese, è ora di voltare pagina! La smetta di essere così orgoglioso e tiri fuori le palle, se ce le ha!» L’ultima provocazione avrebbe potuto risparmiarsela, ma rivedere il colorito rosso acceso sul volto del vecchio Tonino bloccò la paura alla bocca dello stomaco, impedendogli di scusarsi per le parole dette. Anche se si fosse preso un pugno sul muso, poteva guardare l’ispettore a testa alta.

Per un certo istante, credette che nel giro di poco avrebbe sentito il naso spaccato: Tonino respirava affannosamente, lo guardava in cagnesco con le braccia tese. Fu solo dopo un paio di minuti che l’espressione dell’uomo si rilassò e, anzi, sfociò in una grossa risata.

«Dannazione Montalbione, chi l’avrebbe mai detto che mi avrebbe rimesso in riga un pivello come te!» La mano partì ma per dare a Gennaro una vigorosa pacca sulla spalla. Qualche altro agente si sarebbe offeso per il tono supponente dell’ispettore Lucchi, ma Montalbione si sentiva fiero di aver suscitato in lui quella reazione.

«La prossima settimana si riprende a lavorare ragazzo: il capo ha un caso interessante da propormi e tu mi verrai dietro, sia chiaro» Sopra le loro teste le prime gocce di pioggia stavano scendendo a bagnare la terra. La famiglia in cortile ora si stava dirigendo al parcheggio della Rocca, uno dei due bambini piangeva osservando la faccia severa della madre. Ma per Gennaro Montalbione il sole era sbucato fuori dalle nubi per salutarlo.

C’era ancora la speranza di fare qualcosa di buono per Cesena.

Fine

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