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Può esistere un olio di palma sostenibile? Quali sono i provvedimenti presi a riguardo?
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Frutto della palma

Ultimamente a tutti ormai è capitato di sentire parlare dell’olio di palma, c’è chi lo sostiene e ne parla in termini positivi, ma abbiamo sentito anche tante fonti definirlo come un prodotto molto nocivo alla salute umana. Quale posizione prendere in merito a ciò? Fa bene o fa male? Sono molte le campagne condotte da numerose aziende leader nel settore alimentare (es. Ferrero), ma come discernere ciò che è vero dalle distorsioni? La soluzione migliore è valutarlo da noi, andiamo quindi a scoprire insieme che cos’è l’olio di palma.

L’olio di palma è quell’olio che si ricava dal frutto della palma, dal colore rossastro dovuto all’alto contenuto di beta carotene, ricco di vitamina E e D. Successivamente, attraverso un processo di raffinazione, assume un colore bianco giallino (questo processo distrugge tutti caratenoidi e gli antiossidanti presenti, lasciando intatti solo i grassi saturi). Questo è usato nell’industria alimentare principalmente per la produzione di margarina. Il problema principale legato all’uso di questo olio è che spesso il prodotto subisce un processo di esterificazione, aumentando così l’effetto negativo degli acidi grassi. Come ogni cosa, se assunta in piccole dosi, non crea problemi, ma la complicazione principale di questo grasso vegetale deriva dal fatto che viene usato in tantissimi prodotti di consumo quotidiano (prodotti da forno: cereali, biscotti, merendine confezionate; gelato, creme, dolci confezionati…). Assumendone grandi quantità i grassi vanno ad ostruire le arterie, aumentano il rapporto tra il colesterolo cattivo (LDL) e buono (HDL) a favore del primo. Come emerge anche dal lavoro pubblicato su Lipids nel 2014 da Perreault M “il consumo costante di acido palmitico favorisce l’incremento di sostanze infiammatorie circolanti nel sangue, che portati a livello cronico favoriscono l’insorgenza di patologie come le cardiovascolari, il diabete, l’arteroscleresi”. Proprio per l’insieme di queste problematiche dal 13 dicembre 2015 è diventato obbligatorio segnalare chiaramente sull’etichetta di ogni prodotto la presenza di olio di palma o meno, che va a sostituire la dicitura generica di “olii e grassi vegetali”.

Etichetta in cui specifica il contenuto d' olio di palma
Etichetta in cui specifica il contenuto d’ olio di palma

Quali sono stati i provvedimenti attuati? In risposta al persistente utilizzo dell’olio di palma, si sono distinte due fazioni, c’è chi lo sostiene sottolineando la sostenibilità e gli effetti positivi e c’è anche chi si oppone: esempio la petizione lanciata da “Il fatto alimentare” su Change.org che ha raggiunto più di 120mila sostenitori, le campagne del WWF nella Giornata Mondiale dell’Alimentazione dove ha chiesto ai consumatori di informarsi e ha soffermato l’attenzione di molti sugli effetti dannosi per l’ambiente delle grandi coltivazioni intensive della Malesia e Indonesia (dove vengono distrutte intere foreste tropicali). È proprio da questo punto che si sono rifatte le campagne a favore dell’olio di palma. Che cos’è dunque l’olio di palma sostenibile?

Da metà marzo 2016 l’Unione Italiana ha trasmesso uno spot sulla rete nazionale pro Olio di Palma Sostenibile, si tratta di una campagna che è “stata costituita a fine ottobre 2015 da un gruppo di Aziende e Associazioni attive in vari settori merceologici nei quali viene utilizzato olio di palma, con l’obiettivo di essere un punto di raccordo utile a promuovere attivamente la cultura della sostenibilità di questo prodotto”, a tal fine si è iniziato ad adottare un olio di palma certificato. Ma certificato da chi? Dalla Palm Oil Innovation Group (Poig), iniziativa che – partendo dai requisiti di Rspo – mira ad applicare criteri più stringenti a protezione delle foreste e delle comunità, in collaborazione con Greenpeace, WWF e Rainforest Action Network. L’obiettivo di questo gruppo, formatosi nel 2014, è quello di contrastare la deforestazione legata alla produzione dell’olio di palma. Sono molte le aziende che hanno deciso di collaborare nell’utilizzo di un olio di palma sostenibile, una delle quali è la Ferrero che è diventata la prima azienda al mondo che si serve di olio di palma 100% tracciabile.

A questo punto vi chiederete come mai le aziende continuano ad utilizzare questo prodotto nonostante tutte le campagne contro e tutte le normative da seguire per poter adottare un olio di palma sostenibile? Il motivo è semplice, questo olio ha una resa altissima rispetto agli altri olii vegetali, inoltre “per produrre l’olio utilizzato dall’industria rinunciando alla palma e usando altre tipologie di piante produttrici, ci vorrebbero molti più terreni, molta più chimica, molta più energia, molta più deforestazione”, spiega Stefano Savi, direttore Global Outreach and Engagement di Rspo.  Il problema è che un olio di palma sostenibile prodotto senza tagliare le imagesforeste dovrebbe avere origini conosciute e quindi tracciabili e questa è un’illusione. D’altra parte è anche quasi impossibile contrastare i colossi dell’industria alimentare, gruppi che gestiscono la quasi totalità del budget pubblicitario del settore sono circa 400 marchi con a capo Ferrero, Barilla con Mulino Bianco, Bauli, le multinazionali come Unilever e Nestlé che investono milioni di euro in promozione e spot. Prendere posizione sul problema, basandosi su valutazioni scientifiche indipendenti, su dati statistici inconfutabili e magari riportare il parere di nutrizionisti non legati all’industria diventa complicato. Anche sottolineare con convinzione le criticità ambientali può compromettere le entrate pubblicitarie.

Cosa scegliere allora? Mangiare o meno prodotti contenenti olio di palma? La mia valutazione personale, non esistendo una risposta positiva o negativa a tale dilemma, è che ogni cosa assunta in piccole quantità non è dannosa alla salute, come ogni cosa se ne abusiamo fa male.

Articolo a cura di Claudia Battarra

Tratto di Unimagazine nº3 Maggio 2016

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