C’è sempre un velo d’illusione nella realtà che ci circonda. Accade così che anche la nostra terra, che ci sembra un’isola felice, sia solo una costruzione di apparenze. Basta acuire di poco la vista per scoprire la verità.

In Emilia Romagna i boss sono arrivati per riciclare i capitali illeciti, insinuandosi nell’edilizia, nelle grandi operazioni immobiliari, nel commercio e nel settore alberghiero della riviera, nonché in tutta la filiera dell’agroalimentare.

Occorre però fare il punto della situazione su un problema paradossale. A fronte di una forte presenza mafiosa in tutto il territorio regionale i beni confiscati sono pochi, specie se messi a confronto con le altre regioni. Sull’argomento siamo un passo indietro in quanto ci troviamo in una fase embrionale, basti pensare a quanti beni sono ancora sotto sequestro mentre ci sono processi in atto. Le amministrazioni si sono trovate impreparate ad affrontare la novità ed i comuni non hanno saputo coinvolgere la gente in modo adeguato, al punto di aumentare l’attenzione. Non è stato provocato nemmeno un dibattito.

Occorre spezzare il legame tra il bene posseduto e i gruppi mafiosi, intaccandone il potere economico e marcando il confine tra l’economia legale e quella illegale”. Questa frase di Pio La Torre è il principio dal quale ha avuto origine il cammino delle leggi sulla confisca e riassume il concetto in poche parole.

I beni confiscati sono beni mobili e immobili che ritornano nella disponibilità dello stato e quindi appartengono di diritto a tutti i cittadini. Informarsi a riguardo è importante per rimettere in piedi la speranza. È nostro diritto riavere questi beni ed è nostro dovere prendercene cura per farli rinascere. I beni confiscati sono luoghi metafora attraverso i quali può prendere vita un nuovo modello di sviluppo economico, più pulito. Sono centinaia le realtà emerse negli ultimi anni da Nord a Sud: cooperative agricole che coltivano prodotti completamente biologici nel rispetto dell’ambiente e della legalità, pomodori coltivati nel giardino del boss e aziende sopravvissute all’infiltrazione mafiosa. Tutte vittorie da non sottovalutare, un pugno in faccia ai criminali che cercano di ostacolare il processo attraverso intimidazioni e ritorsioni.

Esistono però dei primati anche qui, specie all’Università di Bologna che vanta un master in gestione e riutilizzo dei beni confiscati alle mafie dedicato a Pio La Torre, unico nel suo genere in Italia. A capo del progetto troviamo Stefania Pellegrini, docente universitaria di sociologia del diritto e punto fermo dell’attivismo nell’antimafia. All’interno del corso è stato elaborato un progetto di mappatura dei beni confiscati in Emilia Romagna. I beni vengono fotografati, caricati e resi disponibili sul web con l’obbiettivo di fornire le giuste fonti ai cittadini. Uno strumento utile e a costo zero, basta solo digitare: http://www.mafieeantimafia.it/

Se mass media e istituzioni non danno abbastanza rilevanza a questo tipo di informazioni è allora arrivato il momento di rimboccarsi le maniche e prendersi carico delle nostre responsabilità, perché tutti siamo parte di un’unica collettività, solo che troppo spesso lo diamo per scontato.

Quindi, fuori la mafia e dentro la musica! Noi di Cantiere Parallelo abbiamo dedicato una puntata proprio ai beni confiscati, andrà in onda mercoledì 15 febbraio dalle 20 alle 21. Nel caso la potrete riascoltare anche in podcast. Se avete dei dubbi o volete rispondere a domande del tipo: quanti beni confiscati sono presenti a Cesena? Ascoltateci e contattateci.

Federica Muccioli (cantiere parallelo)


Foto tratta da: www.mafieenatimafia.it 

Questo articolo ha 0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su