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La Disconnessione Possibile

Anni fa, quattro anni fa per l’esattezza, notai sul muro di una grande città un volantino che parlava di una sorta di “esperimento”: un uomo, di cui adesso mi sfugge la professione ma credo fosse un giornalista o qualcosa di simile, avrebbe provato l’esperienza di disconnessione dal mondo dei social per trenta giorni. Niente Facebook, Twitter, Instagram e vari, ma neanche WhatsApp, mail e cose simili. Confesso che al tempo non mi sembrava una gran cosa. Il mio utilizzo dei social network era davvero minimo (entravo su Facebook grosso modo una volta ogni due giorni e ci rimanevo per pochi minuti) 20151129_social-networkse utilizzavo un cellulare senza la connessione Wi-Fi, di quelli che se ti connettevi per sbaglio perdevi 5 euro in un secondo. Dunque, non conoscevo le applicazioni di messaggistica istantanea e un recente trasloco in una casa in cui il cavo che andava dalla presa del telefono alla centralina era interrotto mi aveva costretto a stare mesi senza connessione. Quello senza dubbio fu un gran bel periodo per mettersi a leggere qualche buon libro e, sebbene stare senza la possibilità di connettersi in ogni momento fosse disagevole, non fu poi così problematico. Ma adesso qualcosa è cambiato e, credo non sia così solo per me, in generale la possibilità di connettersi dovunque sembra essere una necessità, in larga misura per via dell’ascesa al potere degli smartphone. Io ho l’abitudine di tenere la connessione disattivata quando sono in casa, un po’ per evitare che la batteria del telefono duri meno di un giorno, un po’ perché l’idea di essere costantemente on-line mi infastidisce. Eppure il tempo per cui la lascio disattivata si fa sempre più corto: se un anno fa controllavo che non mi fossero arrivati messaggi o che non avessi ricevuto qualche notifica su Facebook diciamo una volta ogni tre-quattro ore, adesso lo faccio molto più frequentemente, magari una volta ogni ora e mezza (faccio per dire, non controllo con regolarità). Si tratta di una questione di necessità prima di tutto: certi impegni, certe responsabilità, mi impongono un certo grado di reperibilità, così come non posso permettermi di non leggere le mail per una settimana. C’è qualcosa di sbagliato in questo? Stiamo diventando zombie della tecnologia? Io non sono catastrofista e ritengo che alla fine la tecnologia sia solo uno strumento e che esista un possibile utilizzo “sano”, la messaggistica istantanea non sarà la fine dei rapporti sociali, come l’avvento del telefono non ha imposto che le persone smettessero di incontrarsi di persona. Essere on-line, essere velocemente reperibili, è una risorsa con indubbi risvolti positivi, basti pensare a quanto tempo si può risparmiare condividendo file attraverso il proprio smartphone o il proprio computer con i propri colleghi.

Girl using smartphone

L’uso costante dello smartphone

Eppure quell’esperimento del volantino mi ronza in testa: al momento io non potrei stare disconnesso per trenta giorni, sarebbe come pensare di non rispondere al telefono o non controllare la cassetta delle lettere per lo stesso periodo di tempo, però una parte di me vorrebbe farlo. Forse è una voglia di tornare un po’ nostalgicamente indietro nel tempo di qualche anno, per illusione che la vita era più semplice perché non c’era l’ansia di dover controllare le proprie tre caselle e-mail (chi ormai ha una sola mail?) e non, più genuinamente, perché si era più giovani e con meno attività in ballo, ma intanto la voglia resta. Mi ritrovo a pensare “quando andrò a trovare i miei staccherò il Wi-Fi per quattro giorni”, già sapendo che non succederà perché dovrò connettermi per necessità, perché è ormai il modo principale con cui la mia generazione interagisce e non si può rischiare di essere tagliati fuori. Rinunciare a priori ad una “disconnessione controllata” o insistere e sforzarsi? Propendo per la seconda, ma non solo per il già espresso desiderio di un ritorno al passato, anche per disintossicarmi dall’invadenza dell’online. Essere connessi e raggiungibili è un vantaggio e una risorsa, però sì, a volte ci toglie l’intimità del nostro tempo. Credo sia un diritto sedersi a leggere un libro o fare una passeggiata in un parco senza ricevere messaggi o chiamate, o passare un giorno al mare senza leggere mail e senza ricevere 70 notifiche dalle conversazioni su WhatsApp.
Siamo le ultime generazioni che hanno vissuto il mondo a connettività limitata dei modem a 56K che occupavano la linea telefonica, non sforziamoci di dimenticare subito com’era la nostra vita prima. Coltiviamo i nostri momenti di disconnessione, chissà che non ci insegnino a vivere più tranquilli e a goderci quello che viviamo.

Andrea Crisafulli

Tratto da Unimagazine, marzo 2016, n. 1.

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