Stefano Massini è sbarcato al teatro Bonci con un nuovo character study, questa volta sull'uomo…
« Dal giorno in cui una statua è stata terminata, comincia, in un certo senso, la sua vita. È superata la prima fase, che, per l’opera dello scultore, l’ha condotta dal blocco alla forma umana; ora una seconda fase, nel corso dei secoli, attraverso un alternarsi di adorazione, di ammirazione, di amore, di spregio o di indifferenza, per gradi successivi di erosione e di usura, la ricondurrà a poco a poco allo stato di minerale informe a cui l’aveva sottratta lo scultore. »
[Il Tempo, grande scultore – Marguerite Yourcenar – p.51]
Al termine “restauro”, nella letteratura di settore, gli storici e i filosofi dell’arte hanno cercato di dare molte e autorevoli definizioni all’interno di un dibattito ancora aperto e sospeso tra una questione teorico-accademica e un’altra pratico-operativa. Questa tensione può talvolta generare confusione. Una tipica ambiguità che, infatti, caratterizza gli sforzi degli autori è proprio quella che confonde la definizione di quel che il restauro dovrebbe essere – una prescrizione normativa atta a vincolare e dirigere l’operato del restauratore – e quella relativa a ciò che il restauro è, ossia al come esso venga, di fatto, compiuto. La ricerca dei princìpi in base ai quali un restauro debba essere portato a termine è influenzata dal fatto di considerare o meno la questione dall’alto dell’intento speculativo o dal basso della pratica quotidiana, ovvero dal punto di vista di chi si occupa di restaurare opere d’arte e deve concretamente dare una ratio al proprio operato.
Il metodo del restauro sta alla sensibilità di chi lo opera, la quale è formata dalla storia intellettuale e dalle influenze artistiche. Non è quindi possibile definire come si fa un restauro o quale siano le regole per esso.
Possiamo solo dire, a sensibilità anche questo, che un restauro ben riuscito non dimentica mai le tracce che il passato ha inciso sull’opera d’arte nel tempo.
Tutto il dilemma che si è protratto fino ai giorni d’oggi, e si protrarrà anche nel futuro prossimo, ha inizio nell’800 con già diverse linee di tendenza sul restauro. Da una parte, Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc propone che il restauratore debba immedesimarsi nel progettista originario; dalla parte opposta, autori come Raffaele Stern e Giuseppe Valadier tendono a preferire la distinguibilità dell’intervento integrativo rispetto alla parte preesistente.
Entrambe queste visioni sono ammissibili nella misura in cui il problema del restauro possa essere considerato un problema filosofico, ovvero una questione antinomica rispetto alla quale ogni soluzione unilaterale e definitiva non potrebbe che porsi sotto l’influenza di un principio soggettivo o di una “inclinazione”. È l’architetto, nel caso di restauri architettonici, che ha la capacità di trovare la giusta strada secondo coscienza al problema che gli si pone davanti. Tuttavia, la soluzione progettuale che questi troverà sarà inevitabilmente dipendente dalla sua storia intellettuale, dai maestri che egli si è dato e dalla storia stessa dell’oggetto del restauro. Da questo punto di vista, il problema non risulta tanto la concezione di restauro da applicarsi ad un’opera d’arte, quanto come il restauro si storicizzi nella coscienza.
Quando nel 1972 fu sfregiata la Pietà di Michelangelo in San Pietro, Cesare Brandi vigilò sul restauro di quel capolavoro artistico con dedizione totale; disposto anche a rettificare, in quella occasione, uno dei punti fondanti della sua Teoria. La ricomposizione delle lesioni nel volto della Vergine richiese la messa in opera di piccole protesi tratte dal calco in gesso; tale operazione di raffinata microchirurgia è invisibile a occhio nudo. “Questo – scrisse Brandi – non è nelle buone regole del restauro, ma tuttavia il fatto di poter restituire il levigato e lunare pallore di quella testa inobliabile ha un peso che non si può trascurare”.
Ecco un esempio di “idealismo pragmatico“, ecco la sensibilità del restauro:
Mirko Grammatico
Tratto da Unimagazine, Marzo 2016, n. 1.


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