The greatest showman

Luci, buio in sala, la pubblicità è finalmente terminata, gli spettatori si zittiscono, qualcuno batte le mani, “ssssh”, “mi scusi”, silenzio in sala. Partono i titoli, “ma hanno cambiato la sigla della 20th Century Fox?”, “Mah forse solo per questo film”, ancora titoli. E poi di colpo, lo spettacolo.
Nessuna introduzione, niente voce narrante, nessuna contestualizzazione: The greatest showman (regia firmata Michael Gracey) si apre al suono di decine di piedi che battono a ritmo su una pedana da circo dando il via alla canzone che introduce la storia e già da lì, da quei primi minuti di musica travolgente, si capisce che il resto non potrà essere altro che un viaggio nella meraviglia.

New York, inizio Ottocento.

La narrazione prende spunto dalla vita di un personaggio realmente esistito, Phineas Taylor Barnum (nel film interpretato dal magico Hugh Jackman) fondatore del Ringling Bros. e Barnum & Bailey Circus, figlio di un povero sarto che muore in giovane età lasciando il ragazzo solo a cavarsela fra stenti, povertà ed un sogno coltivato in gran segreto: quello di diventare un uomo di spettacolo, di ritagliarsi un posto nella nobiltà newyorkese e regalare meraviglie agli spettatori. Nelle sue folli visioni sarà sostenuto da Charity (Michelle Williams), donna dalle nobili origini e affetto di gioventù, che abbandonerà la vita agiata per seguire le orme del vero amore.

L’idea del circo nasce quasi per caso nella mente di P.T. dopo il licenziamento dall’ennesimo lavoro inadatto ed è così che l’uomo inizia la sua “caccia allo stravagante”: una donna barbuta e dalla voce meravigliosa (Rebecca Ferguson), una trapezista (Zendaya), un nano che sa andare a cavallo, un irlandese altissimo e lo spettacolo comincia a prendere forma, assunzione dopo assunzione. Cercando dei modi per migliorare la sua reputazione e credibilità tra i ceti più alti, Barnum convince a unirsi alla sua impresa il drammaturgo Philip Carlyle (Zac Efron), promettendogli che, in tal modo, si libererà dagli obblighi e pressioni della sua vita. Il ragazzo assumerà in seguito un ruolo fondamentale nella vicenda, diventando il collaboratore di P.T. e punto di riferimento per la sua troupe, non facendosi mancare neanche una tormentata storia d’amore con una delle ragazze del circo.

The Greatest Showman sceglie di interpretare il personaggio di Barnum scansando le sue controverse sfaccettature reali (impresario, businessman, editore, politico, filantropo) e concentrandosi sull’impeto dominante della sua vocazione di entertainer, di uomo spinto verso la continua ricerca del nuovo e dello spettacolare, apparentemente insaziabile di notorietà.

Ma dietro tutto ciò, vi è una ragione psicologica più profonda che muove i fili delle decisioni di P.T: l’affannosa e perpetua ricerca dell’approvazione sociale, il “riscatto delle sue povere origini”, che lo porterà a sacrificare quanto di più caro ha (la famiglia, i legami di amicizia con i suoi collaboratori) finché un evento tragico riporterà finalmente l’equilibrio e la felicità, unita alla voglia di ricominciare, dei protagonisti.

A metà strada fra un musical e una biografia,

The greatest showman affascina per la strabiliante colonna sonora (John Debney) che tiene gli spettatori letteralmente incollati alle poltrone del cinema, prede di brividi ed emozioni dal primo all’ultimo fotogramma, che accompagna e sottolinea i tormenti dei personaggi, sentimenti incredibilmente efficaci poiché reali, umani, provati da ciascuno di noi. Insomma, un vero e proprio “spettacolo nello spettacolo” che ci immerge nel mondo dei sogni e dello stravagante per due ore, facendoci tornare alla realtà solamente dopo le note conclusive dell’ultima canzone (non a caso, la stessa con la quale si apre il film: un cerchio che si chiude) sbattendo gli occhi e guardandoci meravigliati intorno nella sala buia. “Perché non ho anche io un Philiph Carlyle che volteggia con me sul trapezio cantando una canzone d’amore?” E’ la prima domanda che sorge spontanea a luci accese, ma non c’è tempo per rifletterci: la vita reale chiama al di fuori del cinema e le meraviglie del Ringling Bros. e Barnum & Bailey Circus rimarranno per sempre racchiuse solo nello schermo.

Giada Silenzii

 

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