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Tinariwen – Emmaar…recensione Di Una Vita, Non Di Un Disco

Oggi voglio raccontarvi una storia.
Una storia che trae origine in tempi e luoghi molto lontani dai nostri. Una storia in cui la musica è tutt’uno con il destino di un popolo. Una storia di tradizione culturale, di ricerca di libertà, di ribellione, di sogni e di speranze. Una storia ambientata nel deserto, scenario allo stesso tempo insidioso e suggestivo, i cui misteri si disvelano passo dopo passo.
Perciò mettetevi comodi, e iniziamo facendo un piccolo tuffo nel passato.

Anni ’80. In tutto il continente africano, la delicata fase di decolonizzazione porta alla nascita di nuovi governi d’indipendenza in differenti stati. Nonostante gli iniziali proclami democratici, spesso questi governi si trasformano in regimi dittatoriali a partito unico che, una volta giunti al potere, impongono con metodi impopolari le proprie direttive. È il caso del Mali, paese dell’Africa occidentale dove, in seguito ad un sanguinoso colpo di Stato, Moussa Traoré diviene presidente. Non c’è possibilità di veder riconosciuti i propri diritti per le minoranze, in particolar modo per i Tuareg, un popolo berbero in lotta per l’indipendenza e l’autodeterminazione politica e culturale.

Ibrahim Ag Alhabib ha appena quattro anni quando suo padre viene giustiziato per collaborazionismo con le forze ribelli contrarie al regime. Costretto all’esilio in Algeria, Ibrahim sviluppa un forte interesse verso la musica e tenta di costruirsi uno strumento per coltivare la sua passione:

“Quando avevo sei anni, costruivo chitarre con qualsiasi cosa potessi trovare: barattoli di latta, pezzi di legno, fili arrugginiti. Tentavo di produrre strumenti come quelli che vedevo nei film western. Ho imparato a suonare da solo. Guidato dalla mia voce, ho imparato ad accordare la chitarra. Ho iniziato suonando canzoni tradizionali ad orecchio, ricercando la melodia”.

La musica diventa il simbolo di una resistenza culturale, un modo per restare ancorato alle proprie radici, per dare voce alle tradizioni e ai sentimenti dei Tuareg, discendenti di nomadi che da millenni attraversano le dune del Sahara in cerca di un luogo dove poter vivere come “Imazighen“, “uomini liberi”.

“Nella mia famiglia non eravamo esperti di musica, ma mia madre era una poetessa. Il popolo Tamashek era solito riunirsi di notte attorno ai falò per suonare assieme. I pastori suonavano il flauto, così la mia prima occasione di suonare uno strumento fu proprio grazie a loro. Ognuno cantava, suonava e danzava. Tutti contribuivano musicalmente e teatralmente”.

Nel frattempo Ibrahim, assieme ai giovani rivoluzionari anti-regime in cerca di rifugio, si trasferisce in Libia nei campi profughi militarizzati allestiti da Gheddafi per addestrare i combattenti dei movimenti di liberazione. E’ proprio qui che si forma il primo nucleo dei Tinariwen (“deserti”), quando Abdallah Ag Alhousseyni e Alhassane Ag Touhami si uniscono a Ibrahim per dare vita a sessioni di improvvisazione durante le serate attorno al fuoco. I loro amici decidono di registrare su cassetta queste sessioni e la loro musica inizia ad essere divulgata, divenendo una straordinaria cassa di risonanza per gli ideali rivoluzionari.

Prima di lasciare la Libia, disillusi dalle promesse non mantenute di Gheddafi, i Tuareg entrano in contatto con la musica occidentale, in particolare con i riff di Jimi Hendrix e il blues americano, influenze che assimilano fino a trasformarle in una componente fondamentale del loro stile.
Intanto in Mali scoppia una nuova rivoluzione e i Tinariwen depongono momentaneamente le chitarre per imbracciare le armi e combattere per l’indipendenza del popolo Tuareg. Il conflitto termina nei primi anni ’90 e porta alla formazione di un primo governo democraticamente eletto nel 1992.

La famiglia Tinariwen si allarga con l’ingresso nella band dei polistrumentisti Eyadou Ag Leche, Elaga Ag Amid e Said Ag Ayad e il gruppo, dopo aver maturato la decisione di dedicarsi alla musica a tempo pieno, inizia ad attirare l’attenzione di alcuni grandi artisti internazionali (Robert Plant, Peter Gabriel, Santana) che ne esaltano le qualità e invitano gli ex guerriglieri a suonare nei principali festival europei e americani.

E’ l’inizio di una continua ascesa per i Tinariwen che conquistano, album dopo album, una sempre maggiore popolarità in tutto il mondo, vincendo addirittura un grammy nel 2011 come miglior album di musica world con “Tassili”. Ma non è tanto di successo o di premi che mi interessa scrivere, quanto della grandezza del messaggio e della potenza evocativa che la loro musica contiene e che caratterizza il nuovo capitolo della loro discografia, “Emmaar”.

“La nostra musica è un veicolo per antichi sentimenti, i più importanti per noi” – sottolinea Ibrahim – “ad esempio, la nostalgia. Noi la chiamiamo “Assouf”. La suggestione che ne deriva nasce da antiche pratiche della nostra cultura. E’ abitudine sentirsi felici nel deserto. La musica è libera, non costa nulla, e può aiutarti a comprendere i diversi contesti della vita. Sin dall’inizio, sentivo che avevo bisogno della musica per dimenticare i miei problemi e quelli del mio popolo. Pensiamo anche che questa sia molto importante per fornire una versione dei fatti alternativa alle “comunicazioni ufficiali” che provengono dai governi delle nostre terre”.

Quella dei Tinariwen è una vera e propria rivoluzione culturale: utilizzando i propri strumenti hanno saputo rompere l’isolamento culturale nel quale erano costretti i Tuareg, difendendone la cultura e la storia, dando voce ad un popolo perseguitato da millenni, al quale i regimi dei paesi nordafricani non concedono la possibilità di parlare una propria lingua, di professare una propria religione, in sostanza, di vivere liberamente. Il loro blues desertico, perfetta sintesi di tradizione musicale del Sahara e timbrica occidentale, si fa carico dell’emotività di questi nomadi che vagano tra le dune, tracciando un solco nel quale scorrono spiritualità, malinconia, desideri assaporati e ricerca. Una struggente testimonianza che brilla per l’intensità con la quale è narrata.

E’ proprio la portata rivoluzionaria della loro opera ad aver costretto i Tinariwen ad allontanarsi ancora una volta dal loro paese di origine. Il Mali sembra essere un luogo dimenticato o ignorato dalla “primavera araba”: contrariamente a quando accaduto in altre regioni limitrofe, nel 2012 un colpo di stato militare sovverte le già labili istituzioni democratiche, inaugurando una nuova fase di instabilità politica. La band è così forzata ad un nuovo esilio, mentre stanno per prendere il via le sessioni per il successivo album, e decide di trasferirsi in un altro deserto, il Joshua Tree in California. “Ci piacerebbe vivere in pace nel nord del Mali, ma è molto difficile. Non c’è un governo, non ci sono banche, non c’è cibo, non c’è gas. Joshua Tree è nell’alto deserto della California, ci piacciono tutti i deserti, sono posti nei quali ci sentiamo a nostro agio nel vivere e nel creare” afferma il bassista Eyadou Ag Leche.

E’ la prima volta in cui i Tinariwen scrivono e incidono un disco lontano dal deserto del Sahara. Ma nonostante il contesto differente, la musica e le liriche di “Emmaar”, il nuovo album, sono fortemente incentrate sugli avvenimenti che colpiscono la loro terra d’origine.

“Non eravamo in un vero studio, né all’esterno nel deserto come per “Tassili”. Abbiamo costruito uno studio in una grande casa nel Joshua Tree. Tutti nella stessa stanza, senza barriere. Volevamo qualcosa che suonasse naturale e vero. Le nuove canzoni di questo disco parlano molto di come ci sentiamo oggi. I problemi dei Tuareg, il bisogno di essere riconosciuti dal governo del nostro paese. Ma anche alcuni modi poetici di descrivere i nostri sentimenti. Il linguaggio Tamashek contiene molte metafore e proviene dall’antica poetica tradizionale Tuareg che narra le vicende delle nostre tribù, le loro avventure, le guerre, ma anche la bellezza del deserto, il cielo, le terre, il nostro blues e la nostalgia dei tempi passati”.

Emmaar” è un ascolto ricco di livelli, denso di strutture atmosferiche e trame chitarristiche. Il fatto di registrare lontano dal Mali ha dato vita ad un suono raffinato e pieno di sfumature, che si mantiene fedele alla precedente produzione del gruppo, accentuandone la straordinaria natura collettiva e il tono malinconicamente rivoluzionario.

L’apertura del disco è affidata a “Toumast Tincha”: il mistero di un tramonto, preludio della notte, il vento del nomadismo che si interroga sul futuro, in un presente dove convivono inquietudine e speranza. Coralità d’insieme, voci e chitarre sotto un cielo stellato nel pieno deserto. La forza di un’umanità che si stringe attorno ad un canto per ritrovare la propria libertà e il proprio spirito.
E allo stesso tempo, per denunciare e combattere la decadenza morale degli uomini al potere:
Gli ideali delle persone sono stati svenduti a buon mercato/ Una pace imposta con la forza è destinata a fallire e origina odio”.

La sofferenza per l’esilio forzato pervade “Imidiwan Ahi Sigdim” (“questo esilio nel quale ci troviamo non porta serenità né al mio cuore né a quello dei ragazzi/ soffriamo l’amarezza di quest’oppressione”), mentre Ibrahim Ag Alhabib si rivolge alle persone del proprio paese affinché si liberino dal costante letargo che annichilisce i loro corpi e le loro anime (“Sendad Eghlalan”).

“Chaghaybou” e “Tahalamoyt” rappresentano una suggestiva narrazione della vita quotidiana nel villaggio: una madre che insegna al figlio l’alfabeto Tamashek, poeti e artigiani che suonano il liuto, l’armonia della musica che si diffonde tra le tende dell’accampamento.

E’ invece la malinconia di un amore perduto e mai più ritrovato il tema della tormentata “Arhegh Danagh”: “Ciò che tocca il cuore non può essere nascosto/ e tutto ciò che vi entra lo ferirà […] Sono passati dieci anni da quando l’amore mi ha lasciato,/ da quando ha abbandonato la mia anima/ e non attraversa più il mio sentiero”.

Il disco si conclude con la magnifica “Aghregh Medin”, nel quale ritorna con forza lo spettro della situazione politica del Mali: un brano in cui convivono da un lato la disillusione per le continue divisioni che attanagliano il popolo maliano (incapace di fare fronte comune e combattere l’oppressione del regime), dall’altro l’appello alla saggezza degli intellettuali per recuperare l’unità e ritrovare un ideale condiviso.

Un album musicalmente non rivoluzionario per la band ma incredibilmente coeso, nel quale i Tinariwen accostano nuovamente le chitarre elettriche agli strumenti tradizionali. Vengono così sviluppate le diverse tonalità del loro blues desertico: i trascinanti ritmi africani si alternano a momenti più lisergici e psichedelici che esaltano l’elemento spirituale e il messaggio della loro musica.

Movimento e tradizione: non solo “Emmaar”, bensì l’intera storia dei Tinariwen verte su questa dicotomia. I continui spostamenti da un luogo all’altro tanto indispensabili quanto sofferti si susseguono accompagnati dalla capacità di mantenere vivo lo spirito, la cultura, la storia e le usanze del popolo Tuareg.

Cosa riserverà il futuro a questo popolo nomade? Mentre la situazione caotica in Mali impedisce loro di tornare nella terra d’origine, Ibrahim e compagni si interrogano sotto il cielo stellato del Joshua Tree, tra il desiderio di riabbracciare il proprio deserto e il sogno di vedere riconosciuti i diritti dei Tuareg, conquistando quella libertà che al momento accarezzano danzando tra le pieghe della loro straordinaria veste musicale.

www.youtube.com/embed/bvFrCulCvgM

Giovanni Vignali

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