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Resoconto Di Una Lunga Notte – Reload Music Festival 2017

Tutto è bene quel che finisce.

Voglio storpiare un popolare detto prima di addentrarmi nel mio personalissimo resoconto.

Sabato io, Diego e Alberto, con la proverbiale flemma che ci contraddistingue, partiamo per Torino carichi di speranze. Sul treno, mentre ci avviciniamo verso Milano Rogoredo prima e Torino Porta Nuova poi, un cielo grigio e la pioggia ci demoralizzano. Google ci dice che sotto la Mole sono previsti: “pioggia, nebbia fitta e 4°C”. Mai previsione fu più sbagliata.

Arriviamo a destinazione alle 14.40 accolti da una bell’arietta fresca (un toccasana rispetto alla temperatura di ebollizione raggiunta sul treno) e un sole primaverile. Il bel tempo ha retto per una buona parte del pomeriggio e, unito al fatto che abbiamo girato tutto il centro a piedi, ci ha fatto togliere piacevolmente la giacca (ahime si, avevamo la giacca).

Passando sotto la Mole ci siamo detti “da qui è infotografabile!” e il nostro obiettivo per il pomeriggio è proprio stato quello della ricerca di un posto dove fare una foto landscape. Obiettivo raggiunto!

Verso le 19 ci avviamo da Porta Nuova verso il capolinea della metro: Lingotto.

Viaggio veloce e comodo, fermata della metro a pochi passi sia dall’ingresso del Reload che di un centro commerciale gigante per i miei standard (ci siamo persi un paio di volte lì dentro!).

Un po’ di coda per cenare e sono le 21: è ora di entrare!

Arriviamo agli ingressi, che erano suddivisi in base al circuito di acquisto del biglietto. Noi avevamo comodamente acquistato i ticket in una tabaccheria (TicketOne), e devo dire che – grazie alla nostra fila vuota – in pochi minuti eravamo dentro.

La sicurezza c’era. All’ingresso un controllo biglietti e un controllo oggetti personali (ci hanno fatto svuotare le tasche su un tavolo, ci hanno controllato lo zaino, c’era il metal detector) e poco più avanti abbiamo trovato la Finanza con i cani anti-droga e anti-armi. Purtroppo abbiamo letto di persone che sono state controllate frettolosamente, o persone che hanno aggirato i controlli, ma questo resoconto si limita a raccontare la nostra personale serata.

Una volta dentro ci avviamo alle casse Token e poi subito al guardaroba.

Mi metto in fila, e sono come al solito fortunato: ero esattamente nell’unica parte in cui non c’era nessuno a servirci.

Dopo circa 40 minuti, e dopo aver perso a suon di urli buona parte della voce insieme a tanti altri coetanei, finalmente arriva qualcuno e tempo 15-20 minuti il cappotto riusciamo a lasciarlo. Alla fine con circa un’ora di fila il primo obiettivo della serata è raggiunto.

La seconda tappa è, dopo aver già lasciato mezzo litro di sudore nella ressa ai guardaroba, il bar. Qui devo dire che, seppur ce ne fossero solo due, l’attesa è stata di una decina di minuti o anche meno, più che onesta a mio parere per un evento di quella portata.

Finalmente la serata può iniziare.

Cerchiamo un punto decente da cui assistere al festival e, pur essendoci messi in pista alle 22.40,  riusciamo a trovarlo.

Il set di Tigerlily, primo ospite di spessore, ce lo siamo persi metà in coda e metà quando ancora non eravamo entrati. L’altra metà di coda ce la siamo fatta durante il set di Shapov, e purtroppo un po’ mi è dispiaciuto visto che sarei stato curioso di godermelo. Ci ascoltiamo gli ultimi minuti, e soprattutto la chiusura con “Belong”, disco che personalmente amo in una maniera infinita.

Alle 23 è il turno di Will Sparks, uno che ci sa veramente fare: un’ora di energia pura, in cui è stato impossibile rimanere fermi. Un grande!

Da mezzanotte alle 2 passano sullo stage altri grandi artisti: prima i W&W e poi Carnage.

I primi – duo famoso in tutto il mondo – hanno toccato il mio apice della serata: apprezzo il genere, conosco i loro dischi e la maggior parte di quelli che hanno suonato durante il loro set. Carnage, mai sentito prima d’ora dal vivo ma solo nei live che seguo su YouTube, è un mostro: una forza. Durante il suo set “volano anche i tavoli” ho detto ai due miei amici prima che iniziasse, e così, seppur tra qualche sbavatura, è stato!

Alle 2, finito il set di Carnage, è tempo di una seconda tappa al bar e di una boccata d’aria, diventata pesante a causa sia del caldo che dello spray al peperoncino che qualche ladruncolo – che non posso definire ad aggettivi in quanto sarei molto volgare – spruzza in pista per poi rubare il rubabile.

La prima sorpresa, in negativo, arriva al bar: acqua finita. Probabilmente a causa di questo attacco spray la richiesta è stata alta, e l’organizzazione ha dimezzato i prezzi delle bibite per sopperire a questa mancanza; con un Token potevi prendere Coca-Cola o altre cose simili.

Ma se durante un evento l’acqua finisce, qualche addetto al bar non può andarne a fare qualche scorta? A questa domanda non ho una risposta.

La stanchezza per aver viaggiato, camminato tutto il pomeriggio, saltato e fatto baldoria ininterrottamente per 3 ore abbondanti in pista iniziava a farsi sentire, così dopo una lunga pausa di fuori (per riprendere fiato e una temperatura corporea accettabile) era arrivato il momento di sedersi un attimo. Ci sediamo dove capita (in ogni angolo possibile c’era gente seduta o sdraiata) e ci godiamo talmente tanto il momento da non renderci conto di cosa stava combinando Getter, a detta di molti una vera e propria sorpresa in positivo!

Si fanno le 3.20 e intanto dallo stage risuona l’HardStyle di Brennan Heart, genere che io non amo affatto. Per questo motivo si era fatta per noi l’ora di riavvicinarsi al guardaroba. Il nostro programma era: “per le 4 abbiamo ripreso i nostri giubbotti, fino alle 5 recuperiamo un po’ di energie seduti da qualche parte, alle 5 ci andiamo a prendere un panino o una piada dal furgone di fuori, poi quando riapre la metro torniamo verso la stazione e aspettiamo il treno.”

Nulla di tutto ciò.

Ci rimettiamo in fila nello stesso punto di inizio serata, ma come a inizio serata non succede niente, nessuno viene a servire quel lato. Forse faceva più schifo rispetto a quello opposto.

Passa un’ora, nella quale due persone davanti a me, viste con i miei occhi, si sentono male. Non oso immaginare a quanti sia successo in tutta quella fila.

Alle 4.30, circa, ancora niente, non ci eravamo mossi di un centimetro. Gli addetti al guardaroba vagavano avanti e indietro, senza trovare i giubbotti giusti seppur essi avessero il tagliandino numerato.

Questo è stato l’esatto momento in cui ho definitivamente perso la mia voce a suon di insulti verso chiunque passasse di lì. E se li sono meritati tutti, sia i miei che quelli di tutti gli altri presenti.

Dopo altri 10 minuti e con una fatica non da poco decido di abbandonare la ressa per andare dal lato opposto, dove almeno (forse) ogni tanto un cappotto veniva riconsegnato al proprietario. Ma ecco che la situazione iniziava a prendere una brutta piega. Ho iniziato a vedere gente scavalcare il bancone per andare a prendersi le proprie cose, tipo self-service.

Non perdo le speranze (ma inizio a pensare che perderò il treno) e, mentre Diego continua a fare la fila, io tento di spiegare a un ragazzo della sicurezza il mio problema, puramente logistico.

E in questo articolo lo voglio ringraziare nuovamente.

Mi ha preso il tagliando, ha scavalcato ed è andato a cercarmi il giubbotto. Dopo alcuni minuti è tornato, senza.

Mi pare si chiamasse Enrico, ma non ne sono sicuro. Era stanco si vedeva, ma in quel momento di caos ho comunque apprezzato il suo gesto.

Una cosa che invece non ho apprezzato per niente è stato il modo in cui gli altri della security ti guardassero ridendo e facendo spallucce.

Torno in fila, e vedo Diego che era avanzato di molto. Erano più o meno le 5.30, credo.

Nel frattempo tante altre persone iniziano a scavalcare e, grazie a Dio, lo fa anche lui, catapultandosi nel guardaroba.

Trova lo zaino quasi subito, dentro c’è tutto. Ora mancano i due cappotti.

Alle 6 ci sentiamo al telefono e mi dice che per terra ci sono portafogli vuoti, collane, tantissimi giubbotti calpestati da tutti, chiavi e tante altre belle cose…

Mi porto verso l’uscita ad aspettarlo, e gli dico “se non trovi i cappotti alle 6.30, esci” così avremmo (forse) preso il nostro famigerato treno.

Dal mio punto riuscivo a vedere chiunque uscisse dal guardaroba, e purtroppo ho visto gente uscire con 5-6 giacche. Avranno preso la loro e anche quella degli amici, o hanno approfittato del caos per “fare la spesa”?

Alle 6.28 Diego mi chiama: “uscite, ho tutto” e con infinito sollievo lo ritrovo nel piazzale con i nostri averi. Corriamo verso l’ingresso della metro, aperta ormai già da un’ora, la prendiamo e alle 6.50 siamo in stazione. Siamo salvi.

Durante l’attesa ho letto vari commenti e post sui social di persone che erano nella mia stessa situazione, a cui va un abbraccio virtuale. Ho letto di persone che hanno perso le chiavi della macchina, di persone che come me avevano dei treni da prendere e un ragazzo che ha commentato “io perdo l’aereo”.

Anche io mi sono lamentato, e mi è sembrato davvero doveroso farlo. Tutt’ora non scuso nessuno, anche se non so di chi sono le colpe.

Ma, mentre ero ancora dentro al padiglione della fiera, sono stato contattato direttamente e privatamente da chi gestisce le pubbliche relazioni del Festival, il quale mi ha detto che se ci fosse stato qualche problema, sarei stato ricontattato lunedì per trovare una soluzione. Sono sicuro che questo ragazzo avrà ricevuto tanti messaggi e probabilmente la mia risposta non l’avrà neanche letta; in ogni caso, proprio perché questo è il mio personale articolo, io lo ringrazio per l’interessamento, è sicuramente segno di maturità. Molto meglio che il menefreghismo.

La questione si è risolta e quindi ne sono felice, ma solo perché appunto non ho perso niente; capisco benissimo tutti quelli che sono tornati a casa senza quello che avevano lasciato al guardaroba: in pratica hanno pagato 5 € per farsi rubare le cose.

Reload Music Festival ha già annunciato l’evento per il 2018, un evento che avrà come scopo quello di riconquistare le persone perse (tra le quali ci sono anche io) con questa edizione disorganizzata e anarchica.

Perché una buona base da cui partire c’è: la line-up è stata di tutto rispetto e di alto livello, e il contesto avrebbe meritato ogni mio euro speso, se tutto fosse andato liscio.

Luca Dicio
Uniradio Newsbeat

 

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