processo Aemilia

AEMLIA – L’esperienza di Cantiere Parallelo [in onda mercoledì dalle 20 alle 21] al maxi-processo sulla mafia in Emilia-Romagna

Aemilia – Oggi sembra che la mafia non esiste. Si perché di morti non se ne vedono più come negli anni ’80, nemmeno magistrati, giornalisti e politici. Allora è scomparsa? L’abbiamo sconfitta?

I giornalisti stranieri dopo aver visto “Gomorra” vennero in Italia per fare dei dossier sulla mafia e non trovarono quello che si aspettavano, ovvero sparatorie, aggressioni e morti ammazzati. A quel punto si chiesero se Saviano fosse pazzo e se veramente la Mafia fosse tutta un’invenzione.
La realtà è che purtroppo si è trasformata. Non dobbiamo avere paura di questo termine perché è sempre lei, ma ha cambiato aspetto. Oggi Mafia e corruzione sono due facce della stessa medaglia. Quindi non è invisibile, va solo cercata. E per trovarla dobbiamo avere coscienza che esista.
C’è un processo che testimonia la sua esistenza proprio qui in Emilia Romagna e che si sta svolgendo a Reggio Emilia. Soprannominato “Aemilia”, con i suoi 238 imputati è il più grande processo contro l’Ndrangheta mai svolto nel Nord Italia. E’ paragonato al maxi-processo dei giudici Falcone e Borsellino contro Cosa Nostra, che cominciò a Palermo, il 10 febbraio del 1986, esattamente 31 anni fa. In quell’occasione, per la prima volta, i membri dei clan vennero condannati per associazione mafiosa.
Il processo Aemilia mette in evidenza come la Ndrangheta, con a capo il Clan Grande Aracri di Cutro, si sia infiltrata in tutti gli ambiti dell’economia emiliana senza sparare e senza fare morti.
Personalmente ho assistito a un’udienza di questo processo. Andarci è stato toccare con mano cosa è la Ndrangheta. In fondo all’aula del tribunale c’erano i detenuti (dentro le celle), quelli agli arresti domiciliari, gli imputati e i loro avvocati. Di fianco a noi, alla nostra sinistra, c’erano i loro parenti.
Gli imputati erano seduti là davanti, dove noi non potevamo accedere, mentre loro potevano venire verso di noi. Qualcuno scrutava il nostro sguardo, la nostra borsa o la nostra maglietta che a caratteri cubitali recitava: “LIBERA, Associazione nomi e numeri contro le mafie”.


“Non guardateli negli occhi”, ci dicono prima di entrare.


Ma la nostra presenza e la nostra maglietta è più forte di mille sguardi e parole. Vogliono farti capire che loro sono più i forti di tutti lì dentro, che loro comandano.
Uno di questi ha addirittura una maglietta con scritto “Dio Liberaci”, e per noi quello è un chiaro segnale. Ma non ci facciamo intimorire perché noi siamo lì insieme alle scuole, ai cittadini, agli avvocati dell’accusa, ai testimoni di giustizia e alle istituzioni che si sono costituite parte civile in questo processo.
Noi siamo lì per capire e per esserci, noi siamo lì perché l’omertà da noi non l’avranno mai.
Noi in tribunale vinciamo. Come dice il fondatore di Libera, Don Luigi Ciotti: “E’ il noi che vince fatto di tanti piccoli singoli”.
Negli anni ’60 quando sono cominciati i primi processi contro la mafia in tribunale non c’erano né singoli cittadini, né scuole, né politici o sindaci che si costituivano parte civile. Quindi la Mafia si sentiva padrona in tribunale, padrona di comandare anche lì.
L’impressione che ho avuto in quel contesto è che ci fosse la netta divisione tra la legalità e l’illegalità, tra la giustizia e l’ingiustizia. Quel tribunale per me rappresenta due facce della stessa medaglia, che in fin dei conti è l’Italia: una grande divisione tra noi e loro. La differenza è che i criminali sono pochi, ma sono bravi a mettersi insieme, mentre le brave persone sono molte, ma fanno fatica ad unirsi. Ecco qual’è la chiave, bisogna fare questi piccoli passi contro di loro perché altrimenti saranno sempre loro a vincere.
Qualcosa sta cambiando. In questi mesi ci sono state tantissime polemiche per la partecipazione degli studenti in aula, tanto che la difesa è  arrivata a chiedere a chiedere lo svolgimento del processo a porte chiuse. Fortunatamente per il momento non è avvenuto nulla di tutto questo.
Ogni anno con più di 5000 scuole Libera costruisce progetti di legalità, voluti fortemente dagli insegnanti e dai coordinatori di Libera e quest’anno anche alcune scuole superiori di Cesena si sono recate all’udienza del processo Aemilia.
Questo progetto a Cesena ha visto come protagonista Cecilia Minisci, insegnante dell’istituto Renato Serra, che insieme a Marisa Zani referente dell’associazione Libera Forlì-Cesena ha portato avanti un percorso di formazione nelle scuole conclusosi con la partecipazione dei ragazzi ad un’udienza del processo.
Questo processo riguarda tutti noi, è un grande pericolo pensare che qui le cose non accadono, svegliamoci!

Laura Fabbri


Libera FC, Associazione nomi e numeri contro le Mafie

Conduce Cantiere Parallelo, in onda ogni terzo mercoledì del mese dalle 20 alle 21 

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