C’erano una volta cose preziosissime come valori, umani, civili, religiosi, di quelli che ti facevano alzare da una comoda poltrona in una comoda casa sotto un comodo tetto e uscire allo scoperto nel mondo a lottare per un’idea, come la dignità, quando i dati sensibili e la privacy non erano solo nozioni da manuale di giurisprudenza, ma servivano a costruire una propria identità, una delle poche ricchezze che tutti potevano avere il privilegio di possedere. Ad esempio il tempo, quando lo si “sperperava” con gli amici in un bar o in un cinema o al muretto del paese, ed era il bene più prezioso che si poteva concedere all’altro. C’erano una volta cose preziosissime come l’amicizia, quella vera, quella in carne ed ossa. Ma non oggi, oggi siamo talmente tecnologizzati da non riuscire più a guardarci (una volta si diceva: “gli occhi sono lo specchio dell’anima”), a trasmetterci il calore di un’emozione, di un sorriso o anche di una lacrima, deleghiamo tutto ad un emotion da cellulare.

Quel che ricordo dell’amicizia ai tempi in cui non esisteva facebook e nemmeno la rete, le mail, gli sms, ad esempio, è che la pensavamo come il prolungamento di una fede: fosse religiosa, o anche laica, o politica, non importava. Ma importante era quel credere comune. A tenerci uniti era la certezza che stavamo combattendo insieme una qualche sotterranea guerra, ciò dava ai legami un tratto di necessità, o forse di sacralità” – recita lo scrittore Alessandro Baricco, ospite qualche mese fa in Sala Borsa a Bologna per presentare il suo ultimo libro, “il Nuovo Barnum”. La riflessione è tratta da un articolo di sei anni, capace di aprire una finestra sul mondo dei cosiddetti “figli dell’era moderna”, che neppure sanno l’esistenza di un amicizia prima di Facebook.

richiesta-di-amicizia

Ne sapevano poco le nostre famiglie, e niente il mondo: ma lo spazio di quel penare, che tenevamo segreto, dettava il perimetro di un luogo riservatissimo a cui proprio le amicizie, e solo loro, accedevano. Così essere amici significava condividere un segreto”. In piena generazione “social” la parola segreto è ormai in disuso, almeno per quanto riguarda la sua accezione originaria (da dizionario: il segreto è ciò che viene tenuto da parte rispetto al pubblico, separato e nascosto agli occhi altrui, senza essere rivelato, senza essere condiviso); e lo è talmente tanto che dobbiamo ammettere che ormai una delle imprese più ardue da affrontare ogni giorno è quella del distinguere tra amici veri e quelli “non so nemmeno chi sono” ma dei quali, grazie ai continui aggiornamenti di stati e posizioni e alle costanti condivisioni di post, possiamo in maniera più semplice che mai costruire i puzzle della loro esistenza (chiamarla vita mi sembra eccessivo- scusate per l’intromissione così poco imparziale).

E poi il pezzo che preferisco: “E poiché non esisteva Facebook, essere amici significava fare delle cose. Non parlarne o raccontarle: farle. Esisteva un nesso preciso tra l’alzare il culo per andare a fare cose e il vivere le amicizie”. Insomma, un tempo le persone si parlavano e qualche volta scoprivano di condividere interessi comuni, per cui si sceglievano e potevano addirittura arrivare a pensare di sopportarsi e supportarsi nella vita. Oggi in piena generazione 2.0 anche l’amicizia surfa sulla cresta dell’onda grazie ai social network, quella condivisione che è diventata un pubblicare in diretta un pensiero, una canzone, un video e non più un’intesa di emozioni o di reciproche consolazioni, quel “credere comune” di cui parla lo scrittore che è diventato omologazione e non più strumento di discussione e compartecipazione tra chi crede negli stessi sogni e ideali.

Certo è che i social network sono entrati nelle nostre vite attuando una rivoluzione dagli innegabili risvolti positivi: grazie ad essi possiamo restare in contatto con persone a noi distanti, riallacciare vecchie amicizie ed essere aggiornati in tempo reale su notizie provenienti da qualunque parte del mondo. La differenza, come d’altronde in tutte le cose della vita, sta nell’uso che se ne fa, che così facilmente e spesso irrimediabilmente per molti sfocia nell’abuso. La preoccupazione maggiore è rivolta agli adolescenti, testimonial del domani, che ormai stanno crescendo a suon di notifiche e instatags, modellando la loro autostima a numero di like: insomma sempre più lontani dalla vita reale e sempre più dentro una virtuale ancorata ad uno schermo di uno smartphone o di un pc.

Ma si può davvero cogliere l’essenza di una persona solo attraverso le parole che si rincorrono rapide in una chat? Non erano le emozioni, quelle autentiche, quelle vis-à-vis, che ci rendevano umani, e vivi?!

Laura De Riso


Foto di: senzacolonnenews-it

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