Si chiude, con questa intervista, il ciclo di produzioni delle stagiste di Uniradio Cesena, che hanno prodotto un interessante lavoro di contenuto editoriale; in questo articolo il focus è riguardo il “dare voce” attraverso lo strumento radiofonico. Nello specifico, si parla di artisti emergenti con il programma “Voci Emergenti” e del progetto a sfondo formativo condotto all’interno del carcere di Forlì – “Voci Detenute” – entrambi curati dalla nostra speaker Elena Lucarella. Qual è l’aspetto che più ti piace di questi programmi? In entrambi i programmi, mi piace il contatto con le persone…non a caso studio psicologia, dunque mi piacciono gli esseri umani e interagire con loro. E’ chiaro che Voci emergenti ha a che fare con band emergenti quindi più con musica allo stato puro; voci detenuti, invece, ha questo aspetto sociale molto bello: lavoro con i detenuti del carcere, siamo partiti da 3, oggi siamo 8-9 e lentamente altri se ne aggiungono o si tolgono perchè o vengono trasferiti o escono. Pertanto, è l’aspetto umano che mi piace molto perchè: in voci emergenti abbiamo le band live in studio ed è molto bello conoscere ragazzi che hanno questa passione incredibile e a me piace soprattutto conoscere i ragazzi e farci dire un po’ quello che sentono in relazione all’emergente, in voci detenuti essi mi raccontano le loro storie, creando un bel rapporto di complicità e fiducia.   Come fai a rendere divertente i tuoi programmi? Sicuramente bisogna avere delle caratteristiche di personalità: per fare un programma in radio una delle prime regole è parlare col sorriso in modo che arrivi un messaggio diverso. La cosa che più mi piace è creare delle domande divertenti, per esempio alle band chiediamo solitamente di raccontarci aneddoti divertenti che hanno vissuto tutti insieme e te ne presentano alcuni assurdi in cui erano ad una serata e dopo il concerto si sono ubriacati tutti completamente, hanno perso le chiavi del furgone e sono rimasti la per due giorni perchè non sapevano come tornare. In questo modo, crei una nota simpatica per far avvicinare l’ascoltatore alla band. Con i detenuti, chiediamo per esempio se si sta freschi in galera per allegerire un’atmosfera piuttosto pesante.   Come ti senti quando li conduci? Bene. A me piace molto chiacchierare…non ho un hobby, non ballo, non canto, non suono nessuno strumento (faccio pietà sotto questo punto di vista!), però mi piace tanto dialogare, creare un gruppo, perchè credo che tutto questo sia un punto di partenza per creare qualcosa. Mi piace l’idea, per quanto riguarda voci detenute, di interagire con loro sostenendo il concetto di rieducazione per i ragazzi, mentre per voci emergenti, di supportare queste band che sono allo sbaraglio, accompagnandole in un panorama musicale un po’ complesso.   Hai mai fatto lo speaker prima d’ora? Si, io sono in radio da 4 anni: il primo giorno che sono arrivata a Cesena ho visto il cartellone di una riunione della radio e subito mi sono buttata, perchè fondamentalmente avevo voglia di fare e, poi, una cosa tira l’altra. Ho condotto prima un programma editoriale, “Le serate della zia Jack”, che trattava di tutti gli eventi della Romagna, concentrandosi sugli studenti universitari piuttosto che sui cittadini. Ovviamente 4 anni fa ero scarsissima, non che ora sia una super star della radiofonia, però è chiaro che con il tempo si migliora.   Quali caratteristiche pensi che debba avere uno speaker? C’è bisogno di essere spigliati, di essere coraggiosi. Bisogna credere in quello che dici e in quello che fai, perchè quello che “insegno” ai ragazzi del carcere è il fatto che se tu in radio non sai quello che stai dicendo o comunque non hai pieno possesso delle conoscenze che stai trasmettendo attraverso il microfono, all’ascoltatore non arriva quello che vuoi dire e quindi bisogna essere sicuri di sé e far si che l’ascoltatore percepisca a pieno il tuo messaggio. All’inizio non temevi i detenuti? No, perchè nella mia vita sono già stata in questa realtà. Faccio gli scout da 14 anni, ho fatto molto volontariato, sono stata in tante comunità…insomma, ho visto una serie di realtà sociali molto complesse. Le mie esperienze personali e di crescita mi hanno portato a confrontarmi tante volte con ragazzi che non avevano semplici situazioni familiari o tendevano ad essere coinvolti nel giro della tossicodipendenza o in quello della delinquenza. Fare questo lavoro in carcere mi è sembrata un’opportunità per cercare di rieducare queste persone e non trattarle come detenuti ma come esseri umani che hanno sbagliato e che ora ne stanno pagando le conseguenze. Quali sono i motivi che ti hanno spinto a creare questi due programmi? Voci emergenti era un’idea di Veronica Marrulli. Ai tempi, era la direttrice artistica della radio.Veronica è un fenomeno, sa molte cose sull’emergente, poi lei, avendo un carattere molto ansioso e non sentendosi molto brava a parlare, aveva bisogno di uno che la spalleggiasse…quindi all’inizio è partito come un semplice aiuto poi, chiaramente, più vai e più ti appassioni a quello che fai; mentre le prime puntate le conduceva quasi del tutto lei, in un secondo momento, abbiamo aggiunto tanti contenuti e diviso la puntata in più step. Su voci detenute il concetto è diverso: una ragazza di Techne, un ente di formazione di Forlì-Cesena, è venuta in radio perchè l’abbiamo invitata ad una nostra serata come Con Tatto, un’ associazione che accoglie le famiglie del carcere. Conosceva già me e Michele Casalboni ed espose la sua intenzione di far fare un programma ai detenuti con l’aiuto di qualcuno che le avrebbe scritto un progetto. Avevo sei mesi liberi e mi sono offerta di aiutarla, creando un progetto che partiva da lezioni di comunicazione verbale. In seguito, Michele è partito perchè ha partecipato ad un bando europeo e quindi me ne sono occupata del tutto io. Devo dire che si è rivelato fantastico in quanto l’obiettivo è quello di presentare a chi ascolta un’ ulteriore prospettiva del carcere, come viene vissuto e come funziona dal punto di vista di chi è dietro le sbarre. Ti sei subito sentita a tuo agio a condurre questi due programmi? In Voci emergenti, non sapevo come comportarmi perchè all’inizio aiutavo semplicemente Veronica. E’ chiaro che più andavo avanti, più mi sentivo a mio agio prendendo in mano la situazione, ma comunque mi sentivo in difetto con me stessa, perchè, dato che il programma non era come lo intendevo io, temevo che il messaggio non arrivasse agli ascoltatori. In Voci detenute, invece, io non parlo: ho fatto lezione di comunicazione verbale e radiofoniche ai ragazzi, ho insegnato loro a usare il computer, ma sono i detenuti che parlano. La mia idea è partita esattamente da questo: dal fatto che io dovessi formarli. Mentre studiavo per un test,

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infatti, hanno condotto da soli due puntate e sono contenta perchè significa che sono stata in grado di trasmettere le nozioni.   Riguardo alle prossime dirette, pensi di seguire sempre la stessa strada o cambiare tipologia? Continuo così: con Voci emergenti abbiamo intenzione di espanderci, fare molti più live e creare un prodotto sempre migliore perchè alla fine questa radio nasce con lo scopo principale di promuovere le band emergenti e di non pubblicizzare il commerciale. Il programma Voci detenute si ingrandirà perchè probabilmente a febbraio lavorerò anche nel settore femminile, oltre a quello maschile.   Come siete riusciti a rintracciare i detenuti? Questo è un sistema del carcere. La ragazza dell’ente di formazione, che è una dipendente, mi ha chiesto di proporre questo progetto al carcere che, dopo averlo approvato, ha scelto i detenuti in base alla condotta. C’è da dire che il carcere di Forlì è un carcere pro-rieducazione, cioè un carcere molto aperto in quanto un progetto del genere non lo prendi molto facilmente perchè potresti portare il detenuto a sbizzarrirsi, a dire un sacco di sciocchezze: se a un detenuto dai la possibilità di lamentarsi, come qualunque individuo all’interno di una situazione scomoda, tenderà sempre a farlo. Quindi, la mia posizione è molto difficile perchè devo essere mediatore tra i detenuti, che vorrebbero dire ‘testa e corna’ delle istituzioni, e le istituzioni, che vorrebbero che i detenuti non dicessero nulla.   Se dovessi dire una frase che sproni gli ascoltatori a seguirti, quale sarebbe? Per quanto riguarda Voci detenute, direi che la diversità va valorizzata e che rieducare è un obbligo. Su voci emergenti, invece, direi che alla fine la passione dei giovani emergenti va supportata e che bisogna dare spazio anche a chi ha idee nuove e non commerciali o commercializzate.   http://www.uniradiocesena.it/voci-detenute/ http://www.uniradiocesena.it/voci-emergenti/

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