Il primo portone è andato, non è come la casa circondariale di Forlì, qui è tutto più grande, tutto sa di carcere ancora di più.

Fatto il primo controllo, carte di identità, metal detector, polizia penitenziaria, gente che gira, che passa. Un silenzio strano, denso, intenso. Il secondo controllo è più difficile, c’è più gente e ti dicono che devi lasciare tutto quello che hai, il cellulare, la borsa, i soldi, l’acqua. Lasciamo tutto.

“Signorina, può portare con sé solo un foglio e la penna” dice un agente. Una ragazza dice “E le sigarette?”, “Sì sì, quelle sì”. Il terzo controllo, nome e check nella lista partecipanti, controllo finale e via.

Accediamo in un’enorme palestra e sullo sfondo c’è scritto Ristretti Orizzonti: davanti a me l’immagine di un orizzonte ristretto, qualcosa di soffocante… il carcere.

Ecco ciò che ho vissuto quel giorno, quel 22 maggio in cui l’associazione Granello di Senape Onlus ha avuto modo e occasione di organizzare un incontro su “Rabbia e Pazienza ” tra le mura delle carceri.”

“La rabbia è spesso il filo conduttore di tutta l’esistenza di chi ha compiuto un reato” cita la locandina dell’evento. Un incontro a più voci, un incontro a più mani, in 500 a venire da fuori città. Tra noi, in questa immensa palestra, c’erano 100 detenuti, alcuni di loro con gli occhi lucidi, che si guardavano intorno un po’ impauriti dalle troppe persone, un po’ entusiasti di esser fuori dalle loro celle per un giorno, per poter condividere una parte di loro con chi era lì, pronto all’ascolto e alla condivisione. Abbiamo ascoltato diverse personalità, diverse storie e diverse vite. Siamo partiti da un concetto più psicologico, più accademico forse (ma necessario), della rabbia, definendola come “Tratto di personalità dell’individuo, differente dalla pazienza, che invece va costruita, ha bisogno di più impegno” come dice il prof. Alfio Maggiolini, docente di Psicologia dello Sviluppo alla Bicocca di Milano, che ha dato il via ai lavori.

Ogni intervento dei relatori era intervallato da testimonianze dei ragazzi, ragazzi che partecipano attivamente alla redazione del giornale del carcere di Padova, che si chiama Ristretti Orizzonti in cui sono raccontate tutte le aspettative dei detenuti, le loro storie, le loro paure.

Marino Sinimbaldi, direttore Rai Radio 3, ha affermato “La rabbia che provano questi ragazzi è senso di distanza, è una sorta di disuguaglianza percepita che rispecchia i legami del nostro tempo” e poi “La rete non avvicina, allontana gli individui gli uni dagli altri “ e in un’ottica ottimistica ha continuato “C’è bisogno di lavorare sulla rabbia, di costruire una rabbia che sia capace di ascoltarsi, di guardarsi e di parlare di sé. Due sono i fattori facilitanti in questo senso: la cultura propria e la solidarietà per gli altri, nei confronti del prossimo, prendendosi quindi cura di sé rispettando gli altri”.

Antonio, ergastolano, è intervenuto immediatamente dopo, dicendo “Io in Ristretti Orizzonti ho trovato legami, mi sono concesso di espormi, mi sono sentito ascoltato. Ora io non riesco a fare a meno di quell’ascolto, cosa che prima non sapevo fare, e forse è per questo che ho fatto quello che ho fatto: troppa rabbia! Non sapevo come gestirla”.

La sala era gremita di gente, ho avuto modo di scambiare due parole con qualcuno, per lo più professionisti, docenti, psicologi, criminologi e assistenti sociali che erano lì per condividere pensieri, informazioni, sguardi ed energie. Dopo la meritata pausa buffet, credo sia iniziata la parte più dura del convegno: forse perché eravamo lì da cinque ore; forse perché erano già cinque ore che ero lontana dal mio cellulare e non avevo nessuno con cui parlare; forse perché tutte le porte erano chiuse e ogni porta sorvegliata da tre agenti o forse perché a un certo punto non si respirava più; forse era solo la tematica e la mia eccessiva empatia e… ahimè, ancora non sapevo a cosa stessi andando incontro.

È il turno di Lucia Annibali. Lucia è un’avvocatessa di Pesaro, suo malgrado ha una storia mediatica alle spalle: in seguito a una relazione finita male, il suo compagno decise di rivendicare il suo diritto di non abbandono, sfigurandola per sempre. Lucia era molto tesa, parla di violenza, questa violenza subita che l’ha segnata per sempre e cambiata per sempre e ha “urlato” che si batterà contro la violenza, finché avrà fiato in corpo, contro gli uomini violenti.

Dopo Lucia è intervenuto Giuseppe, ergastolano, oramai da 30 anni in carcere. Giuseppe si è mostrato molto rilassato, un uomo molto pacato e disinvolto, si è presentato dicendo immediatamente “Salve a tutti, sono in carcere da 30 anni, ho avuto tempo per lavorare su me stesso, quindi sembro più rilassato degli altri, ma solo perché so che cosa mi aspetta e che cosa ho fatto”, ha continuato “Ho fatto qualcosa di terribile… la mia compagna e io stavamo assieme da oramai 7 anni, una bella relazione, no? Quando sei insieme a qualcuno da 7 anni pensi “è per sempre…”. O forse no, un giorno mi disse che non voleva più stare con me, che non ero più l’uomo della sua vita, che non aveva più voglia di passare la sua vita con me. Io mi sentii ferito. Inizialmente, feci passare del tempo, la rabbia, sì la rabbia cresceva dentro di me, io ero uno normale, non pensate… ero uno normale come voi: non avevo nessun problema, la mia famiglia stava bene, vivevo in una bella città, avevo tutto quello di cui avevo bisogno per stare bene, normalmente. Ma no, non potevo accettare di essere abbandonato dalla mia donna, il tempo passava e io non mi controllavo, non ci riuscivo, ci provavo, provavo a parlare, ma come si comunica la rabbia? Che si dice? Stai con me? Un giorno non mi sono controllato più”. Ho vissuto un momento di gelo.

Sapete quando sai bene come andrà a finire una storia, ma è come se in realtà non succederà davvero, ecco non mi era mai capitato. Il gelo mi ha immobilizzata. Prima parlava Lucia, vittima di una violenza subita, di una parte di sé che è andata via e poi Giuseppe, che con pacatezza

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e anche rammarico ci parlava di sé. Ormai lì, chiuso tra 4 mura, a fare i conti con la sua ormai passata “normalità”, che cercava nella platea ascolto, solo ascolto e forse cercava di dare una mano: “Io vi dico così non perché non mi piacciono i matti, ma per farvi capire che io stavo bene e voi dovete capire che cosa succede a un uomo, quando fa queste cose”.

Dopo Giuseppe, il turno di Fernanda Werner, una mediatrice familiare, responsabile del centro MiMedi di Milano. Ecco, Fernanda era raggelata un po’ come me. Era lì, immobile davanti al microfono e non sapeva che cosa diamine dire. “Ehm, sì, ecco, io… bene, io onestamente sono un po’ infastidita” continua “Giuseppe, sei stato davvero bravo, cioè molto chiaro, ma ascoltare te dopo Lucia mi ha fatto un certo effetto. Mi spiego, non mi era mai successo di ascoltare due testimonianze così forti e opposte nello stesso momento in un modo così bizzarro, perdonerete il mio momento di panico…”. Fernanda organizza e cura corsi di Comunicazione a Milano, è fermamente convinta che le modalità con cui si comunica siano alla base di tutto, di rapporti sani e di rapporti insani, e anche io mi ci trovo d’accordo. “In una relazione è tutto saper comunicare, Giuseppe. Se tu fossi stato in grado di comunicare, probabilmente qualcosa sarebbe cambiato. Anche tu dicevi “Non ero in grado di comunicare, non mi sentivo accolto” hai tenuto tutto dento e la pazienza non c’era”.

È’ stata una giornata molto impegnativa, ricca di stimoli, di pensieri e di buoni progetti. Alla voce dei detenuti si alterna la voce di Ornella, la direttrice di Ristretti Orizzonti che dice “Sono persone che hanno commesso reati terribili; siamo qui per comprendere, non per giustificare”, lo ripete più e più volte con l’urgenza di chi non autorizza nessuna confusione. È chiara Ornella e ha coraggio. Lavora instancabilmente con le parole e non accetta né ambiguità né superficialità.

Ristretti Orizzonti permette ai ragazzi che fanno parte della redazione di confrontarsi: permette di mettere in relazione i ragazzi con gli educatori, gli educatori con i ragazzi, i mediatori con i ragazzi e le famiglie con i mediatori. Ristretti Orizzonti è uno di quegli esempi da dover prendere in considerazione quando pensiamo a un carcere non semplicemente punitivo, ma a un carcere che, pur svolgendo la sua mansione punitiva, deve anche permettere all’individuo di fare i conti con sé stesso, di capire, di capirsi, di relazionarsi con gli altri. Nonostante le pene estremamente restrittive come l’ergastolo o il 41 bis, deve dare la possibilità di parlare di sé agli altri, di imparare ad ascoltare gli altri, di empatizzare, di non perdere l’emotività ma di coltivarla, di crescere insieme.

L’idea di carcere che ho visto a Padova era un’idea semplice, dove con un semplice giornale si può fare un lavoro su esseri umani che hanno sbagliato, su persone oltre che delinquenti, su esseri umani che, come tutti, hanno istinto, hanno personalità e hanno paure.

«Ovviamente chi è pericoloso deve stare da un’altra parte, nel rispetto delle condizioni di dignità spesso disattese nei nostri penitenziari. Ma solo chi è pericoloso. Ed è invece necessario pensare fin da subito, per tutti, alla riabilitazione. Anche perché queste persone, scontata la condanna, torneranno all’interno di quella società che li respinge». (Gherardo Colombo)

Elena Lucarella – Voci Detenute

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