Yamato e Koch Media hanno deciso di riproporre nei cinema, il 10 e 11 novembre scorsi, “La tomba delle lucciole” dello Studio Ghibli. Quando si pensa alla casa d’animazione nipponica, i primi pensieri riguardano la capacità degli studi di suscitare profonde emozioni di meraviglia e stupore negli spettatori, grazie ad un immaginario surreale ed incantato che attinge a piene mani dal mito e dalle favole, caratteristiche che hanno spinto molti critici di stampa estera ad equiparare lo Studio Ghibli ai Walt Disney Studios. Inutile negare come gran parte del merito vada riconosciuto al genio di Hayao Miyazaki, il quale ha firmato la regia della maggior parte dei film partoriti dalla casa di cui è stato egli stesso cofondatore. “La tomba delle lucciole” rappresenta l’eccezione più chiara a questi stile-
mi. Non solo la regia è curata da Isao Takahata, il secondo fondatore dello Studio Ghibli troppo spesso dimenticato, ma è anche l’unico film di matrice neorealista a cui la casa abbia dato vita. Un’opera angosciante e priva di filtri, i cui riflettori sono tutti puntati su un argomento impensabile per il dorato mondo dell’animazione: la guerra e la sua miseria. Una verità svelata all’inizio del film, come a voler dare un simbolico schiaffo a chi avesse creduto di trovarsi di fronte ad un racconto a lieto fine: la sera del 21 settembre 1945, un ragazzo muore di fame in una stazione ferroviaria, nell’indifferenza dei passanti. Il suo nome è Seita e dal contenitore di latta stretto fra le sue mani inermi,  gettato fuori da uno degli inservienti della ferrovia, fuoriescono frammenti di ossa e lo spirito di Setsuko, la sua sorellina. Insieme i due restano su una collina circondati da una miriade di lucciole, mentre un flashback narra la loro storia da quando i bombardamenti hanno sconvolto per sempre la loro vita. Non ci sono né pietà né speranza per lo spettatore, travolto dal dolore quasi irreale di una guerra che precipita nella casa dei due piccoli protagonisti improvvisamente, con fiamme e morte: ci sono incendi che divampano divorando abitazioni e ricordi, ci sono persone che corrono freneticamente per le strade in preda alla paura e corpi abbandonati agli angoli delle vie e per i campi, in attesa di essere riconosciuti dai parenti. La stessa sorte tocca alla madre dei due bambini, Seita la trova sfigurata dalle ustioni e fasciata da capo a piedi, ormai in procinto di esalare l’ultimo respiro. Il ragazzo cercherà disperatamente di nascondere la verità sulla madre a Setsuko, mentre il loro viaggio prosegue verso un villaggio vicino, dove una zia offrirà loro ospitalità. Scene tratteggiate da disegni semplici e realisti nella loro durezza, dai vermi che percorrono le carcasse devastate dalle fiamme ai volti deformati dal pianto; il film non risparmia una cospicua dose di severità neppure nella sceneggiatura, con cui veicola le sua critica feroce al mondo degli adulti insensibile ed ipocrita, dipinto sapientemente con la figura della zia: ad una prima impressione una parente ben disposta nei confronti dei due orfani di madre, ma appena il cibo comincia a scarseggiare i suoi rimproveri diventano sempre più aspri e provocatori, la donna si dimostra completamente priva di tatto nei confronti del dramma affrontato da Seita e Setsuko. Al tempo stesso, una critica velata viene sollevata al modo di comportarsi del ragazzo, ancorato ad un forte desiderio di ritornare alla normalità e vivere un’infanzia serena con la sorellina, che mal si accosta con la necessità di maturare per poter resistere ai tempi difficili della guerra. Invece di reagire, deciderà di alienarsi dalla realtà, per potersi rifugiare con Setsuko in una grotta lontana dal paese, come a voler rivivere i ricordi del passato perduto. Una scelta egoistica che lascerà  trasparire i suoi limiti in un secondo momento, quando la fame ghermirà lo stomaco dei due fratelli. Persino il comparto sonoro del film, struggente compagno di viaggio dei protagonisti, sottolinea senza sconti ogni debolezza e fragilità dell’uomo e dei bambini, evidenzia con il silenzio e la melanconia dei violini la bassezza in cui l’animo umano può sprofondare per sopravvivere un altro giorno: dallo sciacallaggio durante i bombardamenti alle percosse perpetrate con violenza per aver rubato poche patate dolci. L’orrore della guerra è predominante in ogni sfaccettatura dell’opera, non c’è un momento di pace se non per pochi istanti: il tempo per una lucciola di brillare una notte, per poi morire, effimera come le  speranze di un fanciullo. Isao Takahata porta alla luce un capolavoro scuro e dalla chiara visione pessimista, nel quale dà grande peso alle scelte umane e alle loro conseguenze: il contrapporsi fra un atteggiamento volto a superare le difficoltà accettando la realtà di disperazione e un atteggiamento di chiusura ed alienazione da questa realtà. Il film mostra magistralmente gli effetti risultanti da questi comportamenti, attraverso i protagonisti e i personaggi comprimari, vittime degli eventi.

Federica Bianchini

Estratto da: Unimagazine, dicembre 2015, n. 0

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