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L’Arena San Biagio di Cesena si è riempita di musica, voci e risate nell’ultima data del Festival di Catalys, domenica 2 ottobre: una location che si può considerare veterana nei riguardi della sesta arte, e che in occasione del festival è stata posta dinanzi a una nuova sfida. Lo spettacolo del performer francese Brendan Sean Piroquè, infatti, può non risultare familiare a coloro che frequentano abitualmente gli spalti e si presenta come una ventata d’aria fresca in un ambiente che, nonostante la grande qualità degli eventi che ospita, rischia di diventare stagnante. In cosa consiste lo spettacolo? Il modo migliore per rispondere a questa domanda è forse la narrazione della mia e altrui esperienza. Come molti degli spettatori presenti non mi sono informato in alcun modo sull’esibizione, e ammetto che le mie aspettative erano rivolte più verso una rappresentazione teatrale classica. Colpevole di una prospettiva quanto mai errata ho persino iniziato a provare una forte irritazione nel rendermi conto che i minuti passavano abbondanti senza che alcun tipo di attore o palcoscenico si palesasse di fronte a me. Credevo infatti che il performer fosse fastidiosamente in ritardo. Non ho compreso la realtà dei fatti nemmeno quando dalle mie spalle ha iniziato a diffondersi per l’arena una musica emessa da un sintetizzatore, scambiandola per un piacevole sottofondo utile a smorzare l’attesa del reale spettacolo. Finalmente, nel momento in cui l’artista ha iniziato ad accompagnare la melodia con una chitarra elettrica, mi sono reso conto che l’esibizione per cui ero venuto all’arena era proprio quella. Purtroppo, proprio per la natura sensoriale dell’esperienza, un resoconto scritto risulta difficile, dal momento che potrei descrivere il tipo di musica e proporre tutti i dettagli tecnici del caso senza riuscire minimamente a trasmettere ciò che è il senso dello show. Tale senso si ritrova unicamente nell’esperienza in sè, che personalmente non rivedo nemmeno nel solo ascolto, ma nell’insieme: i chioschi che vendevano cocktail e panini, i tavolini e gli stessi spettatori non sono stati in questo caso un mero

sfondo, un’aggiunta parallela allo spettacolo, bensì parte integrante di esso. La comunicazione con i propri compagni ascoltatori in un ambiente nel quale il contrasto fra passato, presente e futuro era così evidente è, secondo la mia esperienza personale, il vero fulcro dell’esibizione. D’altronde è questo l’obiettivo a cui si puntava con il festival: l’innovazione, la presentazione di un tipo di arte alternativa, accessibile a tutti e allo stesso tempo sempre elusiva.

Luca

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