Mah Gul: decapitata perché donna.

María José Alvarado: uccisa a colpi di pistola perché donna.

Assunta Cignano: uccisa a coltellate perché donna.

Adeba Shaker: schiava sessuale perché donna.

Emma Sulkowicz: stuprata perché donna.

 

Il 25 Novembre ricorre la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne e io vorrei non doverne scrivere. Trovo terribile che nel 2014 debba ancora esistere una giornata che ci ricordi che una donna su tre nel mondo è stata vittima di una violenza fisica o sessuale da parte del partner e che un altro 7% sperimenterà una violenza da parte di una persona che non è il compagno; che altre migliaia di donne sono soggette a mutilazioni dei genitali, trattate come oggetti nel traffico di esseri umani oppure costrette a sposarsi giovanissime contro la propria volontà.

E invece abbiamo ancora bisogno che qualcuno ce lo ricordi, che qualcuno fermi le nostre vite per qualche minuto e ci faccia riflettere; per questo oggi ho deciso di parlare di violenze, stupri e femminicidio. C’è chi dice che la parola “femminicidio” non dovrebbe essere usata, che si dovrebbero definire semplicemente omicidi; al contrario, io credo che la parola “femminicidio” sia non solo importante, ma addirittura necessaria.

Definiamo “omicidio” l’atto con cui un essere umano ne uccide un altro, indipendentemente da età, sesso, etnia o credo religioso.

Allora, il femminicidio è un’altra cosa: un uomo decide di porre fine alla vita di una donna non in quanto essere umano suo simile, ma proprio in quanto esponente del genere femminile. Se già è tragico sentire il desiderio di porre fine all’esistenza di un’altra persona, quanto può essere atroce decidere di farlo per il semplice fatto che essa abbia organi riproduttivi femminili?

Il problema, secondo me, quando si parla di violenza sulle donne, è il modo in cui lo si fa: troppo spesso se ne discute in maniera distorta, il che non fa altro che alimentare la disparità di genere che soggiace a questa violenza unidirezionale. Quando si tratta questo delicato argomento, infatti, ne risulta spesso un’immagine  delle donne come esseri fragili, che necessitano di protezione, inferiori rispetto agli uomini che usano loro violenza. Ritengo, invece, necessario sottolineare come la donna, in questo caso, sia una persona normale, con una sua dignità di essere umano; semmai sono gli uomini violenti a dover essere considerati “fuori dalla norma”: è in loro ad esserci qualcosa che non va, un disturbo, un disagio che li spinge a commettere un atto barbaro, ad usurpare questa dignità che ha la donna; e lo fanno proprio perché è stato veicolato loro il messaggio che il genere femminile sia intrinsecamente meno degno di rispetto, forse meno onorevole.

Certamente la donna media ha una forza inferiore all’uomo medio, ma, se tale uomo medio si comportasse da essere umano ragionevole, non avremmo bisogno di fare paragoni su questo campo e le donne non dovrebbero essere viste come oggetti delicati da custodire e proteggere dalla forza bruta di un essere violento che potrebbe facilmente sopraffarla.

Eppure immagino che ciascuno di noi si domandi come sia possibile che il sesso femminile, nel Terzo Millennio sia ancora visto come inferiore e subordinato a quello maschile: in materia di diritti e tutele, la figura della donna – almeno nel mondo occidentale – ha fatto molti passi avanti; eppure i casi di violenza di genere non sono diminuiti, anzi. Forse il problema risiede proprio nella percezione che hanno gli uomini di queste nuove libertà “concesse” alle donne; uomini che non sanno accettare che la donna abbia una propria individualità e idee proprie anche diverse da quelle che essi cercano di imporle, che non vogliono rinunciare alla rassicurante figura di “compagna-madre”.

Per questo trovo positivo che si stia lavorando per la ricerca di una parità dei sessi non solo teorica ma oggettiva, ma ritengo che questo impegno non sia sufficiente: è necessario spiegare a bambini e bambine le motivazioni di questa uguaglianza, modificare le percezioni delle nuove generazioni, perché con quelle radicate degli adulti possiamo fare ben poco oltre a cercare di arginarle e non riprodurle.

A proposito di percezioni e pregiudizi, desidero citare un fatto realmente accaduto, risalente al non abbastanza lontano 24 gennaio 2011: l’agente di polizia Michael Sanguinetti, relatore ad un incontro sulla sicurezza nell’Università di York, ha commentato i casi di violenza di genere con la frase: “Le donne dovrebbero evitare di vestirsi come troie per non cadere vittime di violenze”. Alla maggior parte delle donne dei Paesi che consideriamo “civilizzati” è permesso vestirsi come desiderano; io però non vedo civiltà nel giustificare le violenze dicendo: “Certo che poteva metterla la minigonna: è un suo diritto, però poi che non si lamenti se la stuprano”. Purtroppo non è l’unico uomo a pensarla così.

Dario Fo, in uno dei suoi monologhi diceva ironizzando: “Però anche la ragazza ha le sue colpe… se evitava di sorridere, se non occhieggiava, se non avesse avuto i seni… se fosse stata di legno! Se poi, alla vista di giovani, diventa anche un po’ mostruosa, è meglio: è una ragazza a posto!”. Non possiamo che ridere della banalità di certe frasi, risate amare di indignazione; non reggono nemmeno come giustificazioni, perché se un uomo sente il bisogno di fare commenti volgari – se non peggio – lo fa che tu indossi una minigonna o un cappotto.

Facciamo sì che questa indignazione serva per crescere future generazioni più consapevoli di cosa significhi davvero parità di genere; facciamo in modo di cambiare la mentalità degli esseri umani, attraverso l’educazione e la giustizia.

 

Sirimavo Bandaranaike: prima donna ad accedere al rango di Primo ministro.

Ellen Johnson Sirleaf: prima donna eletta capo di Stato nel continente africano.

Fabiola Gianotti: prima donna direttrice generale del Cern di Ginevra.

Maryam Mirzakhani: prima donna a vincere la medaglia Fields.

Samantha Cristoforetti: prima donna italiana nello Spazio.

 

Erica Ceruti

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