23 anni fa morì, a causa di una broncopolmonite resa mortale dall’AIDS, Freddie Mercury lasciando la vita per diventare, ancor di più, una leggenda.

Ci vorrebbe un libro intero per raccontare degnamente la sua storia.

Perché, Freddie Mercury è sempre stato e ha rappresentato tante cose.

Per alcuni è stato solo un cantante rock, una voce, l’anima dei Queen. Per altri è stato un benefattore per le sue raccolte fondi contro l’AIDS. Per i suoi fans, era la Regina; l’unico capace di dare loro emozione e spunti di riflessione.

Potrei ricordarlo attraverso i suoi successi ma vorrei farlo in modo diverso.

Preferisco, ricordare chi era secondo me l’uomo che si faceva chiamare Freddie Mercury.

Era un animale da palcoscenico. Sapeva incantare i suoi fans con esibizioni travolgenti fatte di costumi fuori dall’ordinario come la sua voce e la sua capacità di improvvisare senza mai prendere una stecca. Aiutato da una delle migliori band di tutti i tempi, aspetto da non sottovalutare.

Era un uomo di cultura. Tanti riferimenti storici, musicali e letterali nelle sue canzoni. “It’s a hard life” del 1984, comincia riprendendo l’aria  “Vesti la Giubba” da “I Pagliacci”, opera di Leoncavallo. Ed è solo un esempio.

Era un uomo che amava la libertà e odiava le barriere e gli steccati che i pregiudizi costruiscono tra gli uomini. “Innuendo”, scritta insieme a Roger Taylor, si può considerare un suo manifesto di queste libertà. Con un impeto che ricorda quello degli scrittori illuministi, invita di spezzare le catene della superstizione, del pregiudizio e delle dipendenze e delle fissazioni che popolano le nostre menti che impediscono la libertà. Ci ricorda che possiamo essere le persone che vogliamo basta volerlo.

Era passionale. Un aspetto molto conosciuto della sua personalità. ““Get Down, Make love” è la canzone più esplicita del repertorio dei Queen. Racconta di un amplesso amoroso e delle voglie connesse. Un tripudio di sensualità.

Era una persona inquieta. In “Bohemian Rhapsody”, scritta completamente da lui, si avverte l’inquietudine. Celebre è il passaggio in cui dice il protagonista della canzone afferma: “non voglio morire ma a volte vorrei non esser nato”. Non sappiamo se la canzone sia autobiografica o meno, ma un leggero senso di inquietudine traspariva quando la cantava. In “Time” mette in luce la fugacità del tempo e la necessità di cercare l’armonia tra le persone.

Era irriverente. Quando uscì il video di “I want to break free”, il Regno Unito restò perplesso alla vista dell’intero gruppo dei Queen vestito da donna. Ciliegina sulla torta, Freddie versione casalinga con minigonna attillata che passa l’aspirapolvere con i suoi indimenticabili baffoni.

Aveva anche un’anima lirica. In “Barcelona”, album inciso col soprano Monserrat Caballé, si esibisce con uno stile quasi lirico. “A Golden Boy” o “The Fallen Priest” sono canzoni che potrebbero essere inserite benissimo all’interno di un’opera lirica, con i giusti adattamenti.

Per concludere, mi piacerebbe ricordarlo insieme a voi con le parole di “The Show must go on”:
“My soul is painted like the wings of butterflies, fairytales of yesterday will grow but never die.”

 

Non ti abbiamo dimenticato, Regina.

 

       MARCO GUARNACCIA

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