Storie brevi
1. Il giorno in cui tutta Cesena si riversò in casa mia per ballare e cantare David Bowie
2. Il distributore di “sto bene”

Pioveva a dirotto, il sole aveva abbandonato il cielo da qualche ora e cominciarono ad esplodere i primi tuoni.

Appena uscito dal negozio, mi affrettai a raggiungere l’auto parcheggiata qualche isolato più in là e più camminavo, più mi bagnavo e più mi pentivo di non aver speso quei 100€ in più a inizio anno per accapparrarmi un posto auto meno distante.

– Jack, Jack! Il mio computer continua a dare probl…

– Signor Bee, mi scusi, sono piuttosto di fretta! Venga domani al mio negozio! – liquidai al volo il panettiere che lavorava lì vicino. Aveva spesso problemi con quel suo pc lento e antiquato; gli ho più volte consigliato di comprarne uno nuovo, ma non ne ha mai voluto sapere nulla.

Accelerai il passo, la pioggia si faceva sempre più fitta e la notte sempre più buia.

Raggiunsi la macchina mentre assaporavo il momento in cui avrei smesso di sentire la pioggia martellante fra i capelli. Aprii lo sportello, mi sedetti, inserii la chiave, cercai di mettere in moto, ma qualcosa non andava. Ci riprovai. Ancora. Niente. Cazzo. Non ci voleva. Quella fottuta revisione avrei dovuto farla.

Appoggiai la schiena al sedile e lasciai cadere lo sguardo verso l’alto, sospirando in segno di rassegnazione.

Gettai un’occhiata furtiva sul sedile del passeggero, fortunatamente Jessika aveva dimenticato la sua felpa. Rosa. In assenza di un ombrello, nonostante il colore, pensai che mi avrebbe potuto fare sicuramente comodo.

La indossai, misi il cappuccio, scesi dalla macchina e mi diressi verso la fermata del bus più vicina.

Non c’era nessuno. Controllai gli orari, mi sedetti sulla panchina bagnata (nonostante fosse riparata dalla tettoia della fermata, colpa del vento) e mi misi in attesa.

Un paio di ragazzini in bici che, visto l’orario, avrebbero dovuto essere già a casa da un bel pezzo, mi urlarono

– Sfigato! – per poi scomparire tra la pioggia.

Niente di meglio che essere preso per il culo da dei dodicenni, pensai. Ma forse non avevano tutti i torti. Non era stata una gran giornata quella, in effetti. Al negozio si erano presentate giusto tre persone: un anziano che pensava fosse un night club, un ragazzino in cerca di guai e un postino. Non proprio i clienti ideali. E la situazione era più o meno la stessa da qualche mese a questa parte, con l’attività per cui avevo tanto lottato che stava sgretolandosi man mano. Tornavo ogni giorno a casa indossando un sorriso disegnato, fingendo che tutto andasse bene per non peggiorare la relazione già abbastanza precaria che avevo con Jessika. Ero diventato un distributore di “Sto bene”. Mi chiedeva come stessi Jessika: “Sto bene”, me lo chiedeva il signor Bee: “Sto bene”, il postino: “Sto bene”.

“Sto bene”.

Ma che cazzo vuol dire “Sto bene”?

Chi realmente sta “bene”?

Io non sto bene, tu non stai bene, nessuno sta bene.

Non esiste la realtà delle pubblicità, non esiste la famiglia perfetta, gli amori a prima vista, la ricerca della felicità, non esiste un cazzo di tutto questo. Il padre di mia madre picchiava mia nonna, così come mio padre picchiava mia madre. È tutto un infinito vortice di merda da cui non ti è concesso fuggire. Un tapis roulant che rinnova la sofferenza di generazione in generazione.

Non c’è nulla di giusto. È tutto fottutamente sbagliato, c’è del marcio dietro ogni angolo e non serve nascondere la mano dopo aver scagliato la pietra. Ognuno di noi è colpevole. Egoismo, gelosia, invidia, razzismo, violenza, fanno parte di noi. In maniera smisurata. E li senti tuoi, sì che li senti tuoi, nonostante la domenica mattina scambi un segno di pace con la gente seduta di fianco a te per nasconderli, per farli scendere in profondità, ma non sai che più scendono in profondità, più si rafforzano e si radicano, corrodendo la tua anima partendo dalle fondamenta.

Non siamo altro che un esercito di egoisti bugiardi coi sogni infranti che arranca su un tappeto di spine verso finte mete adibite per dare un senso ad una vita di sacrifici vissuta per metà, sulla falsa riga di quelle già vissute e già bruciate da migliaia di milioni di persone prima di noi.

Oh. Il bus. Meglio che vada.

Ivan Tesoro

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