UNIMAGAZINE – È giusto pretendere odiernamente un pizzico di follia? […l’articolo di Alessandro Davoli estratto dall’ultimo Unimagazine]

C’è una guerra in lontananza, ma l’eco della battaglia è troppo lontano perché gli uomini possano accorgersene. È quasi giunta al termine ed il logico contendente sta per scagliare il colpo fatale al turbinoso avversario. Si tratta dell’eterna lotta tra Ragione e Follia, e noi non ci siamo accorti nemmeno di averla scatenata.

Dov’è finito lo spazio per la follia oggi? Se viviamo davvero nell’età della tecnica, come sostiene il filosofo Umberto Galimberti, non sembrerebbe esserci più tempo per essa. La tecnica che si traduce con la forma di razionalità più alta mai raggiunta dall’uomo, «conseguire il massimo degli scopi con l’impiego minimo dei mezzi», dice il sociologo, ha messo completamente da parte l’irrazionalità, siccome non garantisce la via più breve per il progresso. All’individuo è richiesto di ripetere metodicamente sempre le stesse procedure ogni giorno per continuare a vivere nella società: alzati, vestiti, prendi l’autobus per andare in università, apprendi le nozioni necessarie per un lavoro, svolgi il lavoro fino a che ti sarà concesso e così via; relegando la follia al massimo nel mondo onirico, dove non può nuocere alla tecnica.

Ma ragione e follia sono davvero due cose così lontane tra loro? Entrambe, in realtà, concorrono allo stesso obbiettivo, anche se prendendo strade diametralmente opposte, ossia la conoscenza della realtà. Quando la ragione permette di comprendere i rapporti e le dinamiche che stanno alla base della natura per studiarla, la follia ci permette di apprezzare il sorriso della Monna Lisa, la metafisica di De Chirico o la solitudine di Hopper.

Forse tendiamo a porre un’eccessiva fiducia nella scienza; non fraintendetemi, ne sono un deciso sostenitore, tuttavia credo che essa non risponda a nessun “perché”. Come sosteneva Nietzsche: la scienza è descrittiva, ci dice che il fuoco brucia per la reazione tra un combustibile, un comburente ed un innesco, ma non ci dice come mai esso bruci. Questa è una risposta che può essere fornita non dalla scienza, ma dalla filosofia. Così la scienza si incarna come massima espressione della razionalità col suo metodo rigido e la filosofia prende la bandiera della follia col suo processo dialettico.

Tuttavia non dobbiamo pensare che la sottile linea tra ragione e follia, scienza e filosofia, non possa essere valicata. Si trova la follia in ogni avanzamento scientifico anche se non ce ne accorgiamo. La ragione permette la corretta applicazione di regole precise a problemi, l’area del rettangolo si calcola moltiplicando la lunghezza della base per quella dell’altezza, ma non crea nulla di nuovo, quello è compito della follia. Il matematico che risolve problemi con delle formule ricorre alla ragione, ma nel momento in cui ha un’”illuminazione” e compone una regola nuova, quella è opera della follia, anche se subito dopo la sua creazione, la formula entrerà nel dominio della ragione come nozione da apprendere. È un momento effimero, ma ricco di significato. Parallelamente al matematico troviamo l’artista, un Escher, ad esempio, che per esprimere la sua follia sfrutta un ambiente geometrico con regole ferree solo per sconvolgerle, in lui troviamo sia la ragione che la follia, ma in quanto artista afferma la superiorità della seconda sulla prima.

…Come rivendicare per noi un po’ di follia in una società che ci chiede solo di produrre?

The School of Life suggerisce semplicemente di “guardare fuori dalla finestra”. Tendiamo a rimproverare noi stessi guardando fuori da una finestra, dovremmo studiare o fare cose, appare come una perdita di tempo, ma questa è una perfetta maniera per scoprire il contenuto delle nostre proprie menti (cura sui). È assai difficile comprendere se stessi, forse pensiamo di conoscere i nostri desideri, il nostro stato d’animo, i sentimenti che proviamo, ma è davvero complicato portare alla coscienza la parte più profonda di noi, forse perché troppe poche persone ce lo chiedono o forse perché non abbiamo mai speso più di dieci minuti per conoscere noi stessi. Dopotutto alcune delle nostre più grandi illuminazioni arrivano quando cessiamo di cercare d’essere produttivi ed invece iniziamo a sognare ad occhi aperti.

Il luogo dove la follia ha il suo cuore è la “terra del sogno”, già Freud tentò di sradicare quella follia e portarla nel campo della razionalità con l’interpretazione dei sogni, ma forse è giusto lasciarla laggiù, dove può ancora aver posto. Come dice Galimberti, nel sogno non c’è principio di non contraddizione, si può essere uomo e donna nello stesso istante; il tempo e lo spazio sono ingarbugliati, un sogno può avere inizio a Londra nel 2525 e finire a New York nel 3200 a.C.; è dove possiamo prendere il tè con la regina d’Inghilterra o rincontrare chi ci ha lasciati da tempo.

Voglio parlare di come il sogno, il racconto, il prodotto della follia abbia lo straordinario potere di soppiantare la realtà. Neil Gaiman scriveva in Sandman: “Le cose non devono essere avvenute per essere vere. Le storie e i sogni sono ombrose verità che sopravviveranno quando i fatti saranno solo polvere, cenere e oblio.” Quando una dolce bugia, un’illusione, rende la nostra vita migliore più di quanto mai farebbe la mera realtà, è forse sbagliato abbandonarcisi? L’ingegnoso Hidalgo Don Quijote de la Mancha dando nomi alle cose ha creato un mondo, un suo mondo nel quale egli poteva essere chi ha sempre sognato, fuggendo la triste vita di monotonia e lamenti, trovando una felicità nata dall’illusione, sì! Ma sempre felicità. O come dimenticare il finale di quello splendido film che è Big Fish, per la regia di Tim Burton con Ewan McGregor e Helena Bonham Carter, (SPOILER) in cui il protagonista giunto ormai alla fine della sua vita viene portato dal figlio al fiume dove si trasformerà nel pesce che ha sempre cercato, incontrando durante il tragitto tutti i personaggi delle sue storie, vere o false che siano non ha importanza. La follia è il più efficace anestetico per ciò che dobbiamo affrontare, ma come ogni medicina è necessario usarla con parsimonia, poiché c’è il rischio di non farne più ritorno.

La polvere si è ormai depositata al suolo, la furia della battaglia ha raggiunto il suo climax, i contendenti sono chiaramente spossati, c’è silenzio… ma non posso essere io a decretare il vincitore, non basto solo io.

E come disse Bender alla fine di una puntata di Futurama, camminando verso un orizzonte luminoso con unicorni portanti alcool, vi saluto dicendo: “la realtà è ciò in cui crediamo”.

Alessandro Davoli


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