Io chiedo almeno l’intervento del governo”
Così recita un orecchiabile motivetto di Daniele Silvestri, intitolato “Appello” in memoria del magistrato Paolo Borsellino ucciso nella strage di Via d’Amelio insieme a cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Unico sopravvissuto l’agente Antonino Vullo.
Sui social impazzano citazioni e memorabili scatti del famoso magistrato che a 25 anni dalla sua scomparsa rappresenta ancora una figura cardine della lotta alla criminalità organizzata e simbolo di legalità. Oggi, stranamente, nessuna polemica. Sembrano essere tutti concordi: Borsellino, come Falcone, era un eroe e la mafia è “una montagna di merda” (citazione sempreverde del celebre film dedicato a Peppino Impastato). L’unico a sembrare sufficientemente indignato oggi sembra Roberto Saviano, che stamane su Repubblica riportava un punto di vista tanto interessante, quanto incazzato. L’autore infatti, si sa, si trova ben lontano da poter ambire a ruoli eccelsi in tema di lotta alla mafia dalla sua nuova vita oltreoceano e un’avviata carriera da scrittore, ma stamattina c’entrava decisamente il punto.

A stridere come unghie su una lavagna oggi sono i fantastici aforismi celebrativi, che l’indomani stesso ritorneranno ad essere frasi da tatuaggio o didascalie da selfie (fino al prossimo anniversario, ça va sans dire) e parlare di mafia sarà ancora un argomento fantascientifico: astratto, lontano, “problemadelsud”. Ad aggiungersi ad un quadro già di per sé desolato è la carenza di stimoli e motivazioni di una schiera di spettatori quasi atrofizzati: emozioni plastificate, abitudine al dolore, alla tragedia, allo shock, alle ingiustizie, indifferenza. È la temporaneità a scandire gli stati d’animo, l’ultimo tweet soppianta il precedente e gli argomenti si susseguono senza sosta galleggiando sulla superficie dell’interesse collettivo.
Allora il punto, oggi, a 25 anni dall’ennesima morte innocente, dall’ennesima vita spezzata dalla prepotenza della criminalità organizzata che stringe la sua morsa attorno alla nostra società, qual è?
Il primo passo a suggerire urgenza è una riflessione necessaria: che cosa ne abbiamo fatto, in questi venticinque anni, delle parole di questi uomini? In cosa abbiamo trasformato le esortazioni di coraggio di questi grandi personaggi che hanno dato la vita per ripulire il nostro avvenire un tassello alla volta? Che cosa ne è stato di tanti sacrifici?
Perché se per caso ci fosse sfuggito, proprio in queste ore, da giorni ormai, mezza Italia brucia straziata tra le fiamme dei criminali. Attenzione oggi allora a stracciarci le vesti in difesa dell’etica e della legalità perché abbiamo tutti la coscienza sporca: inneggiamo al coraggio degli eroi scomparsi salvo propagare codardia e voltare lo sguardo altrove al momento opportuno. L’Italia continua a bruciare. L’elenco delle zone colpite da incendi cresce di ora in ora. Ostia, Napoli, la zona del Gargano, le Tremiti, Messina ed altre. Non il lontano Medio Oriente, ma casa nostra. E non è l’ardere delle fiamme il danno più grande, ma ciò che esse rappresentano: prepotenza, sopraffazione, violenza, illegalità, connivenza, corruzione. Mafia. Quella “montagna di merda” che tanto bene distinguiamo nei film oggi agisce indisturbata sotto i nostri occhi. Vite spezzate, diritti negati, violenza, sangue, umiliazioni.
La potenza della criminalità organizzata allora è negligentemente sottovalutata o consapevolmente avallata? Siamo complici o siamo indifferenti quando volgiamo il nostro sguardo altrove mentre la terra brucia e il nostro futuro si sgretola davanti a noi? Quando il cancro che ci attanaglia da generazioni diverrà argomento d discussione e impegno quotidiano e non più mera rievocazione annuale? E dove lo troveremo, poi, il coraggio di raccontarci che indifferenza e complicità non finiscono poi per essere la stessa cosa?
Una frase su tutte, oggi, risulta significativo rievocare:
“Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia, ci sono entrato per caso. Ci sono rimasto per un problema morale: la gente mi moriva attorno.” Paolo Borsellino, 19 luglio 1992

Alessia Jambice