La discoteca è il luogo in cui i giovani non-vivono in un non-tempo. Il tempo della discoteca non è definibile, poiché una serata inizia verso le 23.30 e…

finirà verso le 4.00: è oggi, sarà presto domani, ma cosa conta?

La discoteca celebra quel non-tempo tra ieri e oggi, tra la settimana e il weekend, tra il prima noioso della scuola, dell’università e del lavoro e il domani festoso del divertimento.

I giovani non-vivono questo non-tempo, che rappresenta il rifiuto categorico di una razionale impostazione e progettualità temporale. Se la festa cominciasse alle 21.30 e finisse all’una di notte, si riuscirebbe a valorizzare il sabato sera come meritato momento di svago e festeggiamento, si avrebbe un vero tempo del riposo nella notte e un tempo della vita alla mattina. Tuttavia una proposta del genere apparirebbe folle, poiché lo scopo della discoteca non è di trovare un’integrazione con il resto della vita settimanale, ma quello di opporsi sistematicamente a quella che viene vissuta come non-vita scolastica, universitaria o lavorativa. È una protesta silenziosa, poiché non esplicita, ma urlata, nel divertimento, al sistema. Nella settimana, dove il peso della vita sfinisce e annoia, il divertimento è possibile solo in queste poche ore notturne, in cui, finalmente, si vive veramente (o almeno lo si crede).

Fumo, alcolici e droghe divengono i mezzi, attraverso i quali il divertimento deve passare necessariamente: questi sono funzionali, come scrive U. Galimberti in “L’ospite inquietante, il nichilismo e i giovani” ad anestetizzare la vita.

La “vera vita” diviene dunque la fuga dalla vita stessa. Nel “Cantico del Gallo silvestre” Leopardi spiega come il sonno, inteso come “particella di morte”, renda vivibile la vita, interrompendola momentaneamente, donando un sollievo temporaneo. Ora i giovani rifiutano sia la vita settimanale sia il sonno della notte, poiché dispongono di più efficienti “particelle di morte”. Il sonno della notte viene relegato alla giornata successiva, così che il giorno non è mai degno di essere vissuto.

Nietzsche in “La nascita della tragedia “ 1872 spiega come l’eroe tragico greco fosse capace di “dire di sì alla vita” nella sua totalità e drammaticità. I giovani in discoteca urlano un illusorio “sì alla vita” a patto che questa sia notturna, devitalizzata, anestetizzata, inconsapevole: non vissuta.

Si assiste così a un ingente consumo di alcolici, sigarette e droghe. Si perde la lucidità, ci si libera dalla coscienza e dall’identità, si sta meglio, spensierati, leggeri, “liberi” . Ma senza consapevolezza si ha libertà? Senza ricordo si ha identità? Infine si è veramente vivi senza libertà e identità?

La libertà è strettamente legata alla nostra responsabilità: noi siamo liberi di agire e siamo responsabili di ciò che abbiamo fatto, dunque una condizione di irresponsabilità coincide con una non-libertà? Se sono irresponsabile sono schiavo delle circostanze esterne e non ho il mio margine di agibilità.

L’identità si fonda sulla memoria, su ciò che siamo stati, abbiamo fatto, detto, scelto e si fonda nella relazione e nel confronto con gli altri. Ma dove c’è spensieratezza inconsapevole, solo spasmodica ricerca del piacere e oblio piuttosto che memoria, la nostra identità si è frantumata. Kierkegaard ci parla della vita estetica come una vita in cui l’uomo frammenta sé stesso in esperienze di godimento, prive di una progettualità praticata attraverso scelte consapevoli.

Manca inoltre il riconoscimento autentico dell’alterità (funzionale alla costruzione di identità).

Al buio, col frastuono della musica e lo stordimento dell’alcol è impossibile l’incontro autentico dell’altro come soggetto: gli altri sono solo possibili oggetti del proprio godimento. Accade così che molti ragazzi scelgano che ragazza approcciare o baciare solo per pochi istanti o solo per una serata: non interessa chi sia l’altro, ma solo se posso godere di lui finché ne ho voglia, come un oggetto a breve scadenza.

Dunque la spogliazione della soggettività altrui e la potenza dell’influenza del gruppo contribuisce a generare il conformismo. Heidegger descrive questo fenomeno in “L’Esistenzialismo”, spiegando che, se un soggetto spoglia gli altri del loro significato di soggetti, oggettivandoli e venendo oggettivato a sua volta dal gruppo “ognuno è gli altri e nessuno è sé stesso.”

Questo genera quello che Heidegger definisce “La dittatura del sì”, ovvero dell’impersonalità del “si”, senza identità e senza responsabilità. Questo comporta la perdita dell’identità e della propria progettualità individuale, appiattita su un presente assoluto, affogato nel non-tempo notturno della non-vita.

Il “si”, privando della propria progettualità e libertà, anticipa le possibili scelte consapevoli dell’individuo. Così avviene, che nel weekend, ad esempio anche i ragazzi solitamente non fumatori, divengano fumatori occasionali, perché il “Si” anticipa le loro decisioni e non si fa qualcosa perché lo si ha scelto coscientemente, ma perché è una cosa che fanno tutti, perché il sabato sera “si fa così”. Accade così magari che un individuo, per sentirsi parte del gruppo, rifiuti la propria soggettività per poter urlare “No alla vita” in coro con gli altri.

Un individuo capace di” dire di sì alla vita” esce dagli schemi di riferimento e interpretazione del “no”: appare insensato e sfigato non bere, non fumare, non drogarsi, non rifiutare la vita; così che, per potersi sentire accettato, può avvenire che un “sì vitale” (Nietzschano) si trasformi in un “si impersonale” (Heideggeriano).

La prova dello svilimento della coscienza e del corpo la si ha anche il giorno successivo o il lunedì, quando, nel ritorno alla monotonia settimanale, ognuno racconta, ridendo e scherzando, le proprie gesta del sabato sera, in cui colui che “era ridotto malissimo”, o “non si ricorda nulla”, o “ha bevuto di più” è il più vittorioso, poiché il più ribelle alla vita. Il trionfo sta nel dire il “no” più categorico possibile.

Le particelle di morte di cui dispongono ora i giovani portano all’instaurazione di un rapporto conflittuale con il proprio corpo. Da una parte lo si valorizza nei propri connotati estetici: viene esaltato il valore della bellezza, funzionale alla costruzione dell’immagine in una struttura gerarchica socio-valoriale.

Anche gli alcolici sono funzionali alla costruzione del proprio status all’interno dei gruppi, dove vige implicitamente la regola secondo cui “Chi compra la bottiglia più costosa vale di più”.

I social-network divengono il luogo di ostentazione delle proprie forme fisiche e della propria ricchezza.

Contemporaneamente però abusano di sostanze nocive, vere e proprie “particelle di morte” e non ascoltano “il sentirsi vivere del loro corpo”.

Non si fa attenzione ai segnali che il corpo manda: dalla semplice tosse, dovuta al tiro di sigaretta al bruciore e mal di stomaco, causato dai superalcolici.

Si genera questa scissione tra l’io e il corpo, visto e vissuto solo come mezzo per apparire e non come dimora dell’animo; tuttavia il corpo ha sempre la sua rivincita, rivendicando disperatamente il proprio essere e si assiste così, sempre più spesso, a ragazzini che stanno male e vanno all’ospedale per aver bevuto troppo.

Queste pratiche di oggettificazione dell’altro, godimento sfrenato e illimitato e conformismo sono sintomatiche della società consumistica e nichilista, che ci fa perdere sempre più il senso del limite, imponendoci, quella che Massimo Recalcati chiama, una morale del godere.

Guido Cassinadri


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