Un bar di una città qualunque, un tavolo d’angolo appartato, un uomo con un quaderno scuro.


E’ così che si apre il film “The place” diretto da Paolo Genovese, adattamento cinematografico della serie televisiva statunitense “The Booth at the End”, interpretato da un cast relativamente ristretto e con ben poche comparse (Marco Giallini, Alessandro Borghi, Sabrina Ferilli, Giulia Lazzarini, Vinicio Marchioni, Valerio Mastandrea, Silvio Muccino, Rocco Papaleo, Vittoria Puccini ed Alba Rohrwacher).
L’intero film si svolge nel medesimo piccolo spazio del bar (classica caratteristica delle sceneggiature di Genovese, tanto da chiedersi perché ci porti nelle sale cinematografiche invece che nei teatri), che proprio per tale motivo dovrebbe assumere le connotazioni di un ambiente caldo e familiare, ma è il nome stesso a indicarci la contraddizione: “Il posto”, generico, senza riferimenti, anonimo. Ed è forse questo il motivo per il quale il protagonista lo sceglie come luogo di lavoro, se di impiego si può parlare.
Situato al di fuori di ogni riferimento temporale, vediamo lo sconosciuto seduto sempre allo stesso posto, in attesa dei nove personaggi che si avvicendano rapidi, intrecciando storie, desideri e angosce, con un unico obiettivo in comune: esaudire il loro più grande desiderio.

Perché è proprio questo che pare essere il lavoro dello sconosciuto.

Chi di noi, esseri umani, non sogna o desidera ardentemente che qualcosa si realizzi? Chi non sarebbe disposto a fare di tutto, pur di ottenerlo? Ed è proprio su tale caratteristica universale che Genovese gioca tutto il film, inserendo ovviamente un elemento chiave: lo scotto da pagare.
Lo sconosciuto del bar infatti non si limita ad ascoltare ed esaudire i desideri, annuendo e mormorando un “Sì può fare” sommesso; ad ogni richiesta corrisponde un compito da svolgere. Nessuno di questi è impossibile, ma alcuni sono talmente immorali e disumani da far dubitare gli avventori. Solo con lo svolgersi del film lo spettatore capisce che ognuno di essi è strettamente intrecciato agli altri, che per ogni cattiva azione ve ne è una buona che la controbilancia, nonostante nessuno dei personaggi entri mai in collisione con gli altri se non sul piano dialogico.
Ed è proprio questo il punto centrale dell’intera sceneggiatura, il dialogo. Tutto passa attraverso esso, senza abbinarsi mai ad azioni concrete o spazi diversi da quello del bar. Le emozioni e le storie vengono raccontate dal corpo e dal linguaggio degli attori, lasciando gran parte delle loro vite all’interpretazione di chi guarda.
L’unico elemento fuori dalle dinamiche del “gioco”, spettatrice della vicenda all’interno del film stesso, è la barista (interpretata da una sublime Sabrina Ferilli); è lei che di volta in volta studia lo sconosciuto, ne indovina i metodi, ne osserva le espressioni. Non a caso, sarà proprio la donna protagonista della scena finale del film, annunciatrice dell’ultimo simbolico “Si può fare”.
Titoli di coda, luci accese in sala, risveglio dal torpore provocato dalla comoda poltrona e viene da chiedersi: Sì, ma quindi? Lo scopo dell’uomo qual è? Che fine hanno fatto i nove personaggi? E la barista e lo sconosciuto?
Indubbiamente un film che lascia con più domande che risposte, The place ha come unico obiettivo quello di mostrarci uno scorcio di indole umana, concentrandosi su un tema che ognuno di noi può comprendere poiché provato in prima persona: il desiderio.
Attraverso personaggi e storie diverse, con un pizzico di interpretazione psicologica e intuizione, lo spettatore può arrivare a scoprirne tutte le forme e le sfaccettature, godendosi un paio d’ore di autentico spettacolo vivo, più vicino al teatro che alla recitazione cinematografica.

Giada Silenzii