9 maggio 1978. Roma e Cinisi. Le Brigate Rosse e la mafia. Due feroci delitti. Due uomini che non si incontreranno mai. Due vite apparentemente così distanti erano invece molto vicine.

Quel martedì di maggio il cadavere di Aldo Moro viene ritrovato, dopo 55 giorni di prigionia, nel bagagliaio di una Renault 4 parcheggiata in via Caetani: tutti i giornali parlano di lui.

Alla base delle motivazioni che portarono al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro ci furono i dissensi causati dalla sua linea politica. Moro fu, infatti, fautore del cosiddetto compromesso storico che consisteva sostanzialmente nell’aprire un dialogo tra il suo partito, la DC (Democrazia Cristiana) e il PCI (Partito Comunista Italiano). A partire dalla proclamazione della Prima Repubblica (1948), l’Italia aveva visto un governo prettamente democristiano, poco aperto al dialogo, tanto meno con il ‘temuto’ Partito Comunista. L’apertura di Moro verso il PCI destò non poco clamore, non solo all’interno del suo partito, ma anche da parte delle Brigate Rosse, che vedevano in Moro il simbolo di un accordo che avrebbe portato il Partito Comunista a un assoggettamento allo Stato Democratico da loro tanto disprezzato. Punire Moro significava punire tutta la classe politica, dimostrando il loro dissenso nei confronti di uno stato imperialista, asservito alle multinazionali, e nei confronti del compromesso storico che avrebbe, forse, cambiato per sempre le sorti del nostro paese.

Nello stesso momento in Sicilia, in una piccola cittadina in provincia di Palermo, viene rinvenuto il corpo dilaniato di Peppino Impastato, ma nessuno ne parla.

Peppino, reso celebre anni dopo grazie al film di Marco Tullio Giordana e alla canzone dei Modena City Ramblers, era un rivoluzionario vicino alle idee socialiste. In una breve nota autobiografica, Peppino descrive così il suo avvicinamento alla politica:

«Arrivai alla politica nel lontano novembre del ’65, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. È riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva […]».

La sua è una vita spesa tra politica e giornalismo, un’esistenza caratterizzata da un rapporto difficile col padre, dalla voglia di cambiare le cose e ribellarsi a una realtà che non gli apparteneva seppure ci fosse cresciuto, dalla forza di dire no, di non piegarsi alle intimidazioni e alla paura, dal bisogno di urlare che ‘la mafia è una montagna di merda’.

Nel 1975 organizza il Circolo “Musica e Cultura”, un’associazione che promuove attività culturali e musicali, che diventa il principale punto di riferimento per i giovani di Cinisi. Il tentativo di superare la crisi complessiva dei gruppi che si ispiravano alle idee della sinistra “rivoluzionaria”, verificatasi intorno al 1977, porta Giuseppe Impastato e il suo gruppo alla realizzazione di Radio Aut, un’emittente autofinanziata che indirizza i suoi sforzi e la sua scelta nel campo della controinformazione e soprattutto in quello della satira nei confronti della mafia e degli esponenti della politica locale. Nel 1978 partecipa, con una lista che ha il simbolo di Democrazia Proletaria, alle elezioni comunali a Cinisi. Qualche giorno prima delle elezioni e qualche giorno dopo l’esposizione di una documentata mostra fotografica sulla devastazione del territorio operata da speculatori e gruppi mafiosi, il suo corpo viene ritrovato lacerato da una carica di tritolo, posta sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani. La sua uccisione verrà oscurata non solo dal ‘Caso Moro’, ma anche dal fatto che le indagini in un primo tempo vennero orientate sull’ipotesi di un attentato terroristico consumato dallo stesso Impastato, o in subordine, di un suicidio “eclatante”.

Questi sono i ritratti dell’impegno e della caparbietà di due uomini onesti, coerenti e determinati, assassinati per il loro coraggio, riassunti bene dal seguente verso della canzone dei MCR: “Si sa dove si nasce ma non come si muore e non se un’ideale ti porterà dolore. Ma la tua vita adesso puoi cambiare solo se sei disposto a camminare, gridando forte senza aver paura.” Due uomini diversi  ma accomunati da un sogno: cambiare qualcosa, in nome di un’ idea, per un’Italia migliore.

Arianna Suprani

Cantiere parallelo torna in onda il 17 maggio, alle ore 20 su www.uniradiocesena.it